Ultima modifica: 6 Aprile 2022

5. Andando per scuole. E non solo

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Registrazione e primi materiali1. Chi è Davide Cerullo – 2. L’idea dell’Albero delle storie3. I libri, i bambini, l’albero e gli animali4. La scuola e maestro Daniele5. Andando per scuole. E non solo6. La mancanza delle istituzioni, noi e la forza della poesia7. Dell’Albero delle storie. Ma anche di rami, asinelli e vento8. Sulla riconsegna del nome Davide9. Come è possibile contattarti?10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali11. Alcune fotografie e una poesia

Tu, Davide, hai girato l’Italia andando nelle scuole e quindi hai esperienza anche di incontri con i ragazzi delle scuole. Puoi puoi darci un’idea di queste attività e della modalità con cui hai lavorato con le scuole e di come hai lavorato con le scuole e i ragazzi? 

Davide Cerullo racconta la sua esperienza

Estratti

E c’è stato uno di questi ragazzi che ha tirato fuori il braccio: voleva darmi la mano. Io gli ho dato la mano e mi tirato vicino alla sua cella e mi ha chiesto una cosa: mi ha chiesto un abbraccio.

La prima domanda che fa all’uomo è dove sei? La seconda è dov’è tuo fratello? Dov’è il tuo alunno? Non messaggiate i vostri alunni, chiamateli. Non chiamateli, andateli a cercare.

Il problema dell’altro è veramente pure il vostro o no? Cos’è che vi interessa di questi ragazzi? Cos’è il motivo che vi spinge ad andare in quest’aula? Qual è la vostra posizione? (…) La scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde. Questo è.

Davide Cerullo

Sì, ad esempio ora vado a Lucca. Vado a lavorare per quattro giorni in una realtà non semplice: una comunità di recupero di ragazzi a rischio, si chiamano così, partendo dalla convinzione che gli irrecuperabili non esistono e sono solo un’invenzione della nostra cattiva volontà; quelli esposti, diciamo, all’indifferenza. Ho fatto incontri in tantissime scuole, non solo in Italia; è capitato anche in Francia. Quando vado nelle scuole, colgo dal nord al sud proprio tanta tanta fragilità tanta necessità di relazione e parecchie problematiche nate all’interno delle mura domestiche.

Vengono fuori tante cose, parecchio dolorose, e tanti ragazzi e ragazze, alla fine di ogni incontro, chiedono in disparte di potersi fare una chiacchierata, di poter parlare. Spesso capita che riescono più a farlo con un loro coetaneo, con un loro amico o con una figura, per esempio, come può essere la mia, più che con un insegnante o con un genitore.
Mi ha impressionato tantissimo, quando una volta mi hanno chiamato in un carcere minorile a Caserta. Sono andato in questo carcere e mi hanno portato su a vedere i ragazzi che stavano nelle celle, celle a destra e celle a sinistra, e mi hanno fatto camminato in un corridoio per salutare questi ragazzi in queste celle chiuse. E c’è stato uno di questi ragazzi che ha tirato fuori il braccio: voleva darmi la mano. Io gli ho dato la mano e mi tirato vicino alla sua cella e mi ha chiesto una cosa: mi ha chiesto un abbraccio.

Qualcuno ha detto che il giorno migliore non è il giorno più grande. Il giorno migliore è un giorno di sete. Questa è la nostra sete, questa sete di relazione, di contatto. Essendo io stato chiuso in un istituto per due anni, dove ho vissuto delle cose tremende, credo che la maggior parte dei ragazzi di Secondigliano e Scampia, i peggiori criminali, siano usciti proprio da questi istituti.
Io sono stato probabilmente fortunato perché ho incontrato le persone giuste. Ci sono dei dolori muti che non parlano; c’è il non detto e che l’insegnante deve riuscire ad intercettare. Io ho trovato incontrato tanti insegnanti demotivati. Ne ho trovate poco innamorate; poco innamorate del loro amore per cui hanno scelto di fare questo mestiere. Guardate che don Tonino Bello, uno dei più grandi uomini che la chiesa ha avuto, secondo me, diceva che siamo poco credibili, perché nelle nostre azioni non ci sono pazzie. Bisogna tornare credibili. Un altro, ucciso dalla mafia, diceva che non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili [link di approfondimento].  Ancora più forte.

Ma come si fa a essere credibili, come si fa a…, una parola che non ancora usato perché abusatissima, io non so come si fa ad amare. Io non lo so come si fa ad amare. Io non so cosa sia l’amore. Come si  fa ad amare. Cosa è l’amore? Io non lo so. La prima domanda che fa all’uomo è dove sei? La seconda è dov’è tuo fratello? Dov’è il tuo alunno? Non messaggiate i vostri alunni, chiamateli. Non chiamateli, andateli a cercare. Uno che parlava in un modo come non ha mai parlato nessuno, Gesù, raccontava di un pastore che aveva cento pecore. Questo pastore ne perde una. E, vabbè, ma te ne restano novantanove. Ma con novantanove alunni e ne perdi uno, quei novantanove non possono valere, se tu non vai a ricercare quello perduto. Perché uno vale quanto novantanove;  questa è la rivoluzione della gentilezza, della delicatezza, della misericordia, che è una parola bellissima, che non appartiene a Dio; non è vero, appartiene all’uomo, all’essere, all’essere umano. Per tutte le fragilità, per tutti i carcerati che hanno più bisogno di misericordia che di giustizia, perché deve venire prima la dignità, la dignità della persona. Guardate che noi oggi siamo nel mondo e stiamo vivendo questo tempo di guerra  e di pandemia;  nessuno delle due riuscirà a cambiarci se non torniamo veramente a analizzare quello che dobbiamo quello per cui siamo chiamati a essere: umani.

Dobbiamo tornare a praticare l’empatia. Don Lorenzo Milani diceva “adesso ho capito che il problema dell’altro è anche il mio”. Allora, noi possiamo chiederci, tutti, amici, ma il problema dell’altro è veramente pure il vostro o no? Cos’è che vi interessa di questi ragazzi? Cos’è il motivo che vi spinge ad andare in quest’aula? Qual è la vostra posizione? Cosa state combinando? Vi è stato dato di vivere in questo tempo: c’è una ragione per cui vale la pena di vivere ancora domani? Io non non lo. Queste domande che faccio a voi me le faccio pure io; non lo so. Io non saprei come fare per fare bene quello che deve essere la scuola, che ha un solo problema: i ragazzi che perde. Questo è.

Grazie, Davide.
A proposito di misericordia, mi piace citare la dedica del tuo libro, L’Orrore e la bellezza, a una figura molto particolare, che è la figura di tuo papà, che tratteggi nella prima parte del libro anche come un qualcosa che è stata un po’ origine di tanta tua sofferenza. Malgrado questo,  tu scrivi:

Cerullo: A mio padreA mio padre

Se è vero che esiste un’assoluzione nel nome del padre,
è bene che esista anche un’assoluzione
nel nome del figlio verso il padre
e che abbia il sapore della Misericordia

(da L’orrore e la bellezza, AnimaMundi, Copyleft 2021, pag. 9)

 




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