2. L’idea dell’Albero delle storie
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Registrazione e primi materiali – 1. Chi è Davide Cerullo – 2. L’idea dell’Albero delle storie – 3. I libri, i bambini, l’albero e gli animali – 4. La scuola e maestro Daniele – 5. Andando per scuole. E non solo – 6. La mancanza delle istituzioni, noi e la forza della poesia – 7. Dell’Albero delle storie. Ma anche di rami, asinelli e vento – 8. Sulla riconsegna del nome Davide – 9. Come è possibile contattarti? – 10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali – 11. Alcune fotografie e una poesia
Audio dell’intervento introduttivo di Davide Cerullo
Estratti
Tornando a Scampia, mi sono fatto la domanda di cosa vedessero i bambini quando girano sui ballatoi delle Vele, sotto gli scantinati, in mezzo alla strada. Quindi, ho voluto vedere con i miei occhi cosa vedevano i loro. E, quando in lungo e in largo ho visto che non mi piaceva proprio quello che vedevano, ho sentito prepotentemente dentro di mettere in campo la mia quota di responsabilità.
Abitare alla maniera del contemplativo, dice Bobin. Chi è il contemplativo? È uno che si prende cura del mondo. Qual è il mondo? Siamo noi, è il nostro corpo. Un corpo abitato da una parola, la poesia, che diventa azione nelle nostre mani, sulla nostra bocca, nei nostri occhi, nei nostri abbracci, nella nostra attenzione verso l’altro.
Vede ancora il figlio; non vede il disgraziato, il maledetto, quello che ha sperperato tutto: vede ancora il figlio. È questa probabilmente la capacità di accoglienza che ci manca, la visuale. Abbiamo un velo di cataratta davanti agli occhi. Non vediamo più il figlio. Vediamo l’errore, da non perdonare, da non accogliere.
Davide Cerullo dice…
Scusate, lo dico perché soffro di difficoltà di organizzare le parole, ma sono qua all’Albero e mi alzo tutti i giorni alle sei e mezzo di mattina, perché ci sono degli alberi – adesso sta piovendo, però la pianta, se non gli porti l’acqua, da sola non la può andare a prendere. Diciamo che questa già è una metafora della vita e di quello che possono essere i nostri bambini, che sono anche i vostri e i vostri sono anche i nostri.
È proprio vero che i nostri figli devono essere figli di più padri e più madri e la scuola dovrebbe essere un po’ questo: un po’ madre. La mattina devo correre qua, perché ci sono gli animali che aspettano, che devono mangiare. Quando sono tornato sette anni fa a Scampia, dopo essere stato per tanti anni al nord, nel modenese, provocato da un omicidio di un ragazzo che conoscevo. Praticamente siamo cresciuti insieme. L’omicidio di questo ragazzo, compiuto nella faida del 2011, proprio nella Vela dove ho vissuto io, ha provocato, come reazione, il mio ritorno.
Tornando a Scampia, mi sono fatto la domanda di cosa vedessero i bambini quando girano sui ballatoi delle Vele, sotto gli scantinati, in mezzo alla strada. Quindi, ho voluto vedere con i miei occhi cosa vedevano i loro. E, quando in lungo e in largo ho visto che non mi piaceva proprio quello che vedevano, ho sentito prepotentemente dentro di mettere in campo la mia quota di responsabilità. Io penso che sia una reazione di umanesimo, credo che sia una reazione etica, che faccia parte di chiunque essere che stia oggi su questa terra; non è che io sia qualcosa di soprannaturale, qualcosa di strano o di straordinario, ma credo che sia la reazione di tutti gli uomini e le donne che si vogliano sentire liberi. E che liberi non si sentono fino a quando quelli che liberi non arrivano a questa possibilità di libertà. Noi nasciamo donne e uomini liberi quando ci troviamo di fronte a un’ingiustizia, perché lì possiamo decidere da che parte stare.
È tutto qua. Allora, da una scelta di responsabilità nostra di adulti parte la possibilità della riuscita della libertà della vita del bambino. Non c’è niente da fare; io stamattina ho assistito a un funerale di un bambino di 12 anni, che doveva probabilmente preoccuparsi solo di essere felice e, invece, ha organizzato la sua morte e si è impiccato al cappio della disperazione. Ed è morto. Come è possibile che non riusciamo a ripartire dalla vita; da una vita piena. Possibile? Ci sono troppe zone depressive che annientano, cancellano il desiderio alla vita; lo uccidono. È terribile. Il fratello rotto, spezzato che non si è completato, l’amico fragile… Manca la gentilezza, ma più che di gentilezza io parlerei di delicatezza, di tornare attenti, di tornare al debito verso la vita, alla riconsegna dell’etica della parola. All’essere punti di appoggio. Costi quel che costi, ma a costo della nostra vita, perché per fare una vita bisogna spenderne una. Uno dei più grandi rivoluzionari di tutti i tempi si chiamava Gesù Cristo e diceva “chi vuole salvare la propria vita la perderà. Chi vuol salvare la propria vita prenda invece la mia croce e mi segua”. Non voglio fare la predica, però lui diceva: prendete il mio gioco sopra di voi, cioè un peso che lui portava per primo. Nel calarlo nel quotidiano, c’è questo senso di responsabilità, che si esercita per primi e non si delega agli altri questa responsabilità. Non esiste: ognuno ha la propria e siamo tremendamente responsabili di fronte a questo. Dobbiamo tornare attenti, tornare a esserci.
Per tornare all’Albero delle storie, ho capito perché funziona l’Albero. Perché bisogna darla la vita, non bisogna trattenerla. Bisogna dare il tempo e bisogna dare lo spazio, spazio che non va riempito, ma va abitato. Questo spazio poetico; Bobin dice “abitare poeticamente il mondo”. Il poeticamente il mondo, abitato, è il contemplativo: abitare alla maniera del contemplativo, dice Bobin. Chi è il contemplativo? È uno che si prende cura del mondo. Qual è il mondo? Siamo noi, è il nostro corpo. Un corpo abitato da una parola, la poesia, che diventa azione nelle nostre mani, sulla nostra bocca, nei nostri occhi, nei nostri abbracci, nella nostra attenzione verso l’altro. Se no, non ce la possiamo fare. Bisogna tornare ad avere coraggio, a riuscire a capire di non pretendere che i ragazzi entrino nel nostro mondo e che facciano quello che noi non siamo riusciti a fare. E, quindi, tagliargli via anche la loro storia. Quello che loro devono essere, non quello che vogliamo noi. Genitori che hanno progetti insistenti sui figli stanno allevando degli infelici. Bisogna lasciarli fare la loro storia, la loro la loro strada, il loro viaggio.
L’Albero delle storie è nato da queste convinzioni. Io non sono un educatore o io sono un alfabetizzato di ritorno; io sono ritornato, io ho avuto il coraggio probabilmente del ritorno. Il figliol prodigo fa ritorno, fa il viaggio all’interno di sé stesso e si ravvede. Dice: ma, come, a casa di mio padre il servo è trattato come un figlio; figuriamoci io che sono il figlio. E, quindi, recuperare quella parte che ancora funziona e che ti mette nella condizione del ritorno. Tornare a casa. Però, quando tornano a casa, c’è bisogno che ci sia un padre. Può essere la scuola, può essere l’amico, può essere… perché il padre nel Vangelo sta fuori, aspetta; non sta dentro. È fuori, aspetta. Lo vede quando era ancora e cosa vede? Vede ancora il figlio; non vede il disgraziato, il maledetto, quello che ha sperperato tutto: vede ancora il figlio. È questa probabilmente la capacità di accoglienza che ci manca, la visuale. Abbiamo un velo di cataratta davanti agli occhi. Non vediamo più il figlio. Vediamo l’errore, da non perdonare, da non accogliere.
Maria Ramunno
Davide, grazie per questa tua introduzione, per queste due parole, per questo tuo racconto che ci hanno da fatto sentire tutta la sofferenza intorno a un funerale di un bambino di 12 anni, che quindi custodiamo nel cuore insieme a tutto il dolore che è intorno a questo fatto, intorno a questo bambino che è vicino a voi e alla vostra esperienza. Grazie per le parole di vita, di speranza, di forza, per, come dici tu, tornare per ricominciare, per mettersi in gioco, per spendere la propria vita per qualcosa per cui ne valga veramente la pena.





