Ultima modifica: 6 Aprile 2022
Settimana della gentilezza a scuola > Sguardi gentili e umani a scuola > 31 marzo: Davide Cerullo > 10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali

10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali

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Registrazione e primi materiali1. Chi è Davide Cerullo – 2. L’idea dell’Albero delle storie3. I libri, i bambini, l’albero e gli animali4. La scuola e maestro Daniele5. Andando per scuole. E non solo6. La mancanza delle istituzioni, noi e la forza della poesia7. Dell’Albero delle storie. Ma anche di rami, asinelli e vento8. Sulla riconsegna del nome Davide9. Come è possibile contattarti?10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali11. Alcune fotografie e una poesia

Uno stralcio tratto da L’orrore e la bellezza

Questo stralcio, che si riferisce a un intero capitolo, è stato letto solo in parte, causa tempi stretti. Lo riportiamo in versione integrale, approfittando della licenza Copyleft, attribuita dall’editore AnimaMundi. I grassetti e le parti evidenziate in giallo, che pongono in risalto gli “incontri speciali”, sono nostri.

Sotto la Vela dove vendevo la morte, spesso passavano una suora e un pittore, due figure che mi inquietavano con le loro domande. Due persone che non avevano i miei stessi soldi, che non si potevano permettere quello che mi potevo permettere io, eppure erano felici, di una felicità che non si compra e che non si può nemmeno vendere, ma che è contagiosa.
Suor Monica, così si chiamava, non aveva paura di sporcarsi con quella mia realtà. Si fermava spesso a parlare con me, quasi come a condividere una colpa non sua che lei prendeva su di sé. Ascoltava e assolveva, facendomi sentire un riconciliato, un accettato, così com’ero, senza mai giustificare e perdonare ciò che facevo.
Spesso, di nascosto dalla mia famiglia e dai miei amici, andavo a parlare con lei dove viveva, e lei non mi ha mai chiuso la porta in faccia, facendomi pian piano prendere sempre di più consapevolezza di dove mi avrebbe portato la strada della malavita, se avessi continuato ancora a credere nello Zio. Non mi ha mai parlato di Dio suor Monica, o forse sì, quando con estrema semplicità diceva che dovevo aprire quanto prima gli occhi sul senso vero della vita, perché la vita non sta in quello che si indossa e neppure in quello che si mangia, ma nella capacità di vederla nella leggerezza della semplicità delle piccole cose.

Suor Monica era la mia possibilità di riuscire a dare il mio saluto al buio, al buio del crimine. Nella vita di facevo, la sua presenza stava rappresentando per me un’assoluzione totale, un soffio di grazia e di delicatezza, senza mai sentirmi giudicato per quello che facevo, perché per lei valeva, e di questo ne era convinta, quello che potevo tornare a essere.
Un giorno mi chiese se sapessi chi era per me un camorrista e io le dissi: «Certo che lo so. Il camorrista è uno come me, che ha soldi, donne, oro, moto e rispetto».
E lei mi rispose: «Hai detto bene, ma ti sei dimenticato di una cosa, che il camorrista è soprattutto un illuso che si scava la fossa da solo».
Di fronte a queste sue parole rimasi scosso, non ci avevo mai pensato che mi stavo sotterrando con le mie mani. Poi aggiungeva: «Davide, scappa, scappa da questa trappola mortale, scappa da questa vita di morte, vai via, salvati!».
Dalla mia famiglia prendevo via via le distanze, quello che prima mi sembrava giusto e normale assumeva sempre di più la forma del male.

Nel frattempo, conobbi Sergio il pittore, un tipo non facile e scomodo per le sue graffianti prese di posizione verso quelli che, come me, si facevano facilmente soggiogare dalla criminalità. Cominciai a frequentarlo, ad ascoltare i suoi discorsi lunghi e carichi di significato. Pian piano imparai a leggere i colori che metteva nei suoi quadri, a frugare tra i libri di cui erano piene le pareti di casa sua. Parlava di Calvino e di De André, di Ernesto Balducci e di Guevara, della Madonna e di Alda Merini, del poeta Tagore e di Luis Sepúlveda, tutte figure che a me non dicevano niente e i cui nomi mi erano totalmente nuovi. Con lui mi sentivo non più un oggetto ma un soggetto di recupero, riciclato e reinventato.
Il poeta francese Christian Bobin afferma che “noi nasciamo più dagli incontri che facciamo che dai libri che leggiamo”. Non posso che dargli ragione. Io avevo bisogno di incontrare le persone giuste, quelle che ti riportano semplicemente a te, quelle che riaccendono in te la possibilità di un ancora, di un altrove, di essere accolti in un muto gesto di perdono.

Un giorno sentii il bisogno strano di recarmi sopra ai Camaldoli a Napoli, dove c’era un monastero di monaci domenicani. Arrivai fin lassù, ma era chiuso. Allora, non so cosa mi passò per la testa, scavalcai il muro e mi ritrovai nella cella di un monaco di novant’anni, Riccardo. Aveva degli occhi piccoli piccoli, ma con una luce che si poteva vedere da lontano. Fuori dalla sua cella, sul muro sopra la porta, c’era una scritta: “Il giorno sazio non è mai il più grande; il giorno migliore è un giorno di sete”. Non mi chiese perché fossi lì, ma mi fece invece accomodare parlandomi di un’aquila che credeva di essere un pollo, e che poteva volare molto in alto, ma non lo faceva, perché pensandosi pollo si muoveva solo con piccoli salti da terra. Non capii, ma in quelle parole mi vidi passare a fianco la vita come un treno su cui dovevo assolutamente salire. Quel contemplativo mi stava indicando una direzione accompagnata dalla luce azzurra dei suoi occhi, quasi come a voler curare quella violenza dal fascino terribile che nasce da un’ingiustizia subita e non riscattata, cicatrizzata. Gli dissi di non ricordare da dove ero entrato, così mi portò al cancello e mi aprì salutandomi con un gesto di rara delicatezza, portandosi la mano destra sul cuore, e chinando il capo. Camminai nel viale esterno al monastero, mi sentivo quasi come sollevato da terra e girai, ma lui era già ritornato nella sua cella, probabilmente pregare, che forse era il suo modo di prendersi cura del mondo.

Tornai a Scampia e raccontai la cosa a Concetta, che felice mi disse di farmi monaco. «Io monaco? E chi lo dice a Rosa/che è pazza di me e mi vuole sposare?». Poi andai da Sergio il pittore e gli dissi che sentivo il bisogno di andare via da Napoli, che volevo partire, scappare via, lasciare la mia famiglia, ma lui mi rispose che non era necessario andare via, che, se volevo, potevo rinascere restando alle Vele e che lui mi avrebbe ospitato a casa sua.

Un giorno Sergio mi presentò un suo amico, Maurizio Braucci, insieme al quale andammo a conoscere un regista che voleva fare un film sulla mia storia. Era Vittorio De Seta. Fu un incontro interessante, significativo, ma non se ne concluse nulla perché Sergio, che era geloso e innamorato di me, mi fece credere che il regista mi volesse portare a letto, così scappai via anche da Sergio.
Andai da mia madre e le dissi: «Mamma, io vado via da voi e da questa casa», e lei mi rispose: «Ma sei matto, ma con chi te la stai facendo? Chi ti mette in testa queste cose?».
Mia madre che mi dava del matto non quando stavo dentro il male ma quando ne volevo uscire. Strano, ma era terribilmente vero, normale.
Andai da suor Monica a chiederle se poteva aiutarmi, lei chiamò un suo amico prete di nome Aniello, che non se lo fece dire due volte, mi prese in casa sua, e dopo qualche mese suor Monica con altre amiche fece una telefonata a una famiglia del Nord per chiedere di ospitarmi e che rispose di sì.

Andai da Rosa per comunicarle la mia decisione, piangeva dalla gioia. Facemmo l’amore per la prima volta, promettendoci che saremmo invecchiati insieme. Non volevo lasciarla, ma dovevo proprio andare. Monica fece il biglietto di sola andata per Modena. Non avevo mai preso un treno in vita mia.
Salutai piangendo Concetta e tutta la mia famiglia, preparai la valigia mettendoci dentro pure le due pagine del Vangelo e un libro di Pasolini.

(da Davide Cerullo, L’orrore e la bellezza. Storia di una storia, AnimaMundi edizioni, Copyleft 2021, pp. 151-155)

In dialogo con Davide Cerullo

Estratti

Sì, diciamo che la sua vocazione sembrasse proprio questo: il non rassegnarsi a questa possibilità di credere nella possibilità, appunto, del cambiamento.

E forse è stato proprio quello che poi ha cambiato la mia traiettoria, perché io credo fermamente che il cuore di una persona non cambia per il fatto della sua capacità di amare, ma in quanto è amato.

Pasolini credo che sia stato uno di quegli autori, intellettuali e poeti, poeta soprattutto, che mi abbia fatto sentire profondamente; e mi ha messo di fronte alla piena consapevolezza della forza sanitaria della parola.

In dialogo con Davide Cerullo

Avevamo questa lettura che però un po’ lunghetta e, quindi, non riusciamo, però ugualmente la mostriamo. Abbiamo anche messo in giallo queste persone che tu hai poi incontrato  e che ti hanno un po’ guidato in quegli ultimi passi che tu racconti nel tuo libro.
Ci piace ricordare suor Monica, Sergio, il pittore, e Concetta, tua sorella, che è una figura di riferimento, con la quale tu hai avuto un rapporto speciale.

Concetta è la prima la mia sorella, la più grande. Noi siamo sei femmine e otto maschi, siamo quattordici e, tranne tre tra cui Concetta, abbiamo tutti precedenti penali. Siamo stati tutti i carcerati; quindi, lei, la più grande, si è tenuta fuori da tutto questo giro infame della criminalità organizzata e si è fatta il giro delle carceri d’Italia, quando veniva a fare i colloqui con noi.

Sembra che non si sia mai rassegnata e quindi sia rimasta sempre un riferimento per te e per voi.

Sì, diciamo che la sua vocazione sembrasse proprio questo: il non rassegnarsi a questa possibilità di credere nella possibilità, appunto, del cambiamento.
Vittorio De Seta è stato un grandissimo regista, è stato un incontro importante, che mi è rimasto impresso. Voleva fare un film sulla mia storia, sulla mia figura; poi però è successa un cosa un po’ strana e non si è fatto.

Prima ancora, l’abbiamo dimenticato, c’era il monaco Riccardo, il monaco di novant’anni.

Questa è stata una cosa incredibile, perché io mi sento molto monaco in questo senso. Nel senso della mia spiritualità, della mia filosofia di vita. E il silenzio, la contemplazione, perché io credo che la parola possa trovare una ragione di esistere e di fiorire proprio nella possibilità del silenzio della figura che l’accoglie. Ecco perché ho scavalcato dentro questo monastero e ho trovato quest’uomo di novant’anni anni che mi ha raccontato la storia di quest’aquila che credeva di essere un pollo [link al sito della casa editrice Pickwick]. Ho scoperto che è una storia di Antony de Mello.

E, poi, questo gesto così bello; possiamo dire anche poetico, intenso, vero. Tu usi molto il termine delicatezza: e “così mi portò al cancello e mi aprì salutandomi con un gesto di rara delicatezza, portandosi la mano destra sul cuore, e chinando il capo”

Bellissimo

E poi Rosa, che anche lei è un po’ come Concetta, anche se in modo diverso, ma è rassegnata: ti aspettava, ti cercava e tu la cerchi con lo sguardo nel momento in cui esci dal carcere.

Eh, sì, è quella quella presenza necessaria dell’amore, che non può non esserci e che fa parecchio la differenza. E forse è stato proprio quello che poi ha cambiato la mia traiettoria, perché io credo fermamente che il cuore di una persona non cambia per il fatto della sua capacità di amare, ma in quanto è amato. E il fatto che su suor Monica, come Rosa e altri, mi hanno fatto sentire voluto bene mi ha portato a prendere la decisione di uscire dalla malavita organizzata.

Quindi, saluti piangendo Concetta e tutta la tua famiglia, prepari la valigia e ci metti dentro pure di due pagine del Vangelo,, quelle che avevi strappato in quella cella, e un libro di Pasolini.

Sì, Pasolini, insieme a Dostoevskij, sono stati i miei primi autori presi al volo, perché li sentivo citare a casa di Sergio, il pittore. Pasolini credo che sia stato uno di quegli autori, intellettuali e poeti, poeta soprattutto, che mi abbia fatto sentire profondamente; e mi ha messo di fronte alla piena consapevolezza della forza sanitaria della parola, perché in questo libro La religione del mio tempo [link alla voce di Wikipedia], che avevo preso, portato con me e comprato da un edicolante, credo, apro e leggo “peccare non è fare il male, è non fare il bene. Quanto bene tu potevi fare! E non l’hai fatto: non c’è stato un peccatore più grande di te” [link a un approfondimento della citazione, dal sito Bolledicultura]. Cerco di capire a chi lo dice, questo lo dice a un papa. Dire questo a un papa mi ha impressionato tantissimo e questo mi ha fatto capire che la peggiore oppressione si esercita su chi chi manca di parola. Quindi, abbiamo la responsabilità, anche la scuola, di riconsegnare la parola, la forza sanitaria della parola.

Tutto questo è tratto dal libro – scusate, qui c’è un errore mio; il titolo esatto è L’orrore (e non l’onore) e la bellezza, AnimaMundi edizioni. Vedete questo bel copyleft, che è una cosa meravigliosa e che vuol dire riusa, riutilizza le parole, che poi vanno in giro per conto proprio.




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