4. La scuola e maestro Daniele
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Registrazione e primi materiali – 1. Chi è Davide Cerullo – 2. L’idea dell’Albero delle storie – 3. I libri, i bambini, l’albero e gli animali – 4. La scuola e maestro Daniele – 5. Andando per scuole. E non solo – 6. La mancanza delle istituzioni, noi e la forza della poesia – 7. Dell’Albero delle storie. Ma anche di rami, asinelli e vento – 8. Sulla riconsegna del nome Davide – 9. Come è possibile contattarti? – 10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali – 11. Alcune fotografie e una poesia
I non visti e i riusciti
Maria Ramunno legge un passo del libro L’orrore e la bellezza
Noi dei quartieri fragili eravamo “i non visti”, uno dei tanti nomi con i quali venivamo etichettati dentro e fuori dall’istituto, e non perché eravamo nati alle Vele di Scampia o a Secondigliano, ma semplicemente perché non eravamo stati ammessi nel giro dei riusciti. Come se ci portassimo addosso pure la colpa del luogo in cui eravamo nati.
Anime zoppe, gli irrecuperabili, venivamo definiti così da quelli che nell’animo erano i peggiori. Questo perché non avevamo la cartella per andare a scuola, non sapevamo aprire il libro a pagina 32, non conoscevamo le tabelline a memoria. Disagiati eravamo, per quelli che credevano di sapere tutto. Ma nessuno sosteneva, sollevava, abbracciava, neppure quegli adulti che a scuola dicevano di insegnare i valori, l’istruzione. Ancor prima di essere vittime dei nostri sbagli, del posto dove eravamo nati, eravamo vittime degli altri.
Descolarizzati ci chiamavano, perché non avevamo il libro di testo e non ci piaceva la scuola. Per troppi eravamo i ripetenti, i malacarne, gli analfabeti, i figli dei disoccupati, quelli con le scarpe bucate e il frigorifero vuoto. Gli ultimi della classe, oppure minori a rischio, quelli che mancavano spesso all’appello, bocciati all’esame della vita. Quelli con il papà carcerato, la mamma puttana, il fratello drogato, il nonno morto ammazzato. Noi, gli inutili sociali, quelli che non erano nessuno, semplicemente perché non esistevamo. Eppure volevamo solo poter giocare, rincorrere controvento un aquilone, un sogno, l’innocenza. Insomma: essere bambini.
Avremmo voluto sentire qualcuno dirci che no, non era nulla, che l’onda sarebbe finita nella sua risacca. E dircelo con il sorriso più sereno e tenero. La nostra infanzia: fatta solo di emergenze continue, quasi fosse stampato nel nostro codice genetico il rischio; invece eravamo soltanto emarginati, esclusi.
(da Davide Cerullo, L’orrore e la bellezza. Storia di una storia., AnimaMundi edizioni, Copyleft 2021, pp. 65-66)
Davide Cerullo ricorda maestro Daniele
Estratti
Quest’uomo era un uomo incredibile, era uomo di una bellezza contagiosa. Era quello che ti diceva: “possiate essere contagiati dall’incurabile malattia della lettura”. Tu dici “ma, cos’è ‘sta roba!”. Che cos’è? Come è possibile che esista tutta questa bellezza, che a volte sfugge alla nostra necessità del bisogno della bellezza. Della poesia. E lui era questo.
I miei giorni di scuola sono stati illuminati da questa presenza, da questo passo calmo, lento, tranquillo, appagato. Il suo metodo era quello di organizzare lo spazio della classe. Una volta organizzato lo spazio, l’insegnamento, non con la posizione del tuttologo, di quello che sa tutto e non deve imparare niente. E tu non imparerai niente neanche tu, da uno che sa tutto. Noi possiamo imparare solo da quelli che non sanno niente; da quelli sì che possiamo imparare.
E lui aveva la posizione dell’apprendista, di quello che deve imparare. Allora tu dici, mamma mia… ma che cos’è? Era bellissimo, così; con questa posizione. E noi, che eravamo gli ultimi di tutti, a noi proprio, per pareggiare un po’ i conti, ci aveva invitato a casa sua a mangiare i carciofi. Io non avevo mai mangiato i carciofi. (…) Con quanta delicatezza, con quel sorriso… che era divertente quel non sapere fare, e quindi era leggero. Non ti faceva sentire il peso dell’errore, dello sbaglio.
Io vorrei potere incontrare ancora tanti maestri Daniele.
Le parole di Davide Cerullo
In parecchi passaggi di questo libro si nota bene che la mia vita è stata un continuo partire, incontrare persone, rilasciarle, non vederle più, rivederne altre, eccetera.
In una di queste partenze c’è stato l’incontro con il maestro Daniele, che è una persona – io sicuramente non saprei trovare quelle parole, quelle che si dicono a uno che ha presenza reale di benevolenza, di delicatezza, di eleganza nella dolcezza. Maestro Daniele era così; era di una finezza e di una gentilezza…: uno così, uno che parlava poco, perché diceva tanto, proprio non parlando. Non erano necessarie tante parole.
Quando da Scampia mio padre trova un lavoro presso un mercante di bestiame, andiamo via da Scampia per un po’ e andiamo a Panaccioni, in provincia di Frosinone, nel basso Lazio. Eravamo andati in questo paesino, piccolino, dove questo signore ci aveva trovato una casa di campagna; in questo paese, Panaccioni, portavano tutti il cognome del paese: Daniele Panaccioni. Quest’uomo era un uomo incredibile, era uomo di una bellezza contagiosa. Era quello che ti diceva: “possiate essere contagiati dall’incurabile malattia della lettura”. Tu dici “ma, cos’è ‘sta roba!”. Che cos’è? Come è possibile che esista tutta questa bellezza, che a volte sfugge alla nostra necessità del bisogno della bellezza. Della poesia. E lui era questo.
Quindi, i miei giorni di scuola sono stati illuminati da questa presenza, da questo passo calmo, lento, tranquillo, appagato. Il suo metodo era quello di organizzare lo spazio della classe. Una volta organizzato lo spazio, l’insegnamento, non con la posizione del tuttologo, di quello che sa tutto e non deve imparare niente. E tu non imparerai niente neanche tu, da uno che sa tutto. Noi possiamo imparare solo da quelli che non sanno niente; da quelli sì che possiamo imparare.
E lui aveva la posizione dell’apprendista, di quello che deve imparare. Allora tu dici, mamma mia… ma che cos’è? Era bellissimo, così; con questa posizione. E noi, che eravamo gli ultimi di tutti, a noi proprio, per pareggiare un po’ i conti, ci aveva invitato a casa sua a mangiare i carciofi. Io non avevo mai mangiato i carciofi; non sapevo neanche come si mangiassero. E quando lui si è accorto di questa cosa, non ha fatto il gesto di quello che dice: “ah, ecco, adesso ti posso dimostrare come si fa, perché tu non lo sai fare, lo so fare io”. Noo, con quanta delicatezza, con quel sorriso… che era divertente quel non sapere fare, e quindi era leggero. Non ti faceva sentire il peso dell’errore, dello sbaglio.
Ecco, sono quelle figure che per fortuna, a meno che non perdi la memoria, non si possono cancellare. I bambini, quando sono piccoli, piccolissimi, non hanno bisogno di esempi, ma quando abbiamo i nostri 10-11 anni cominciamo ad avere bisogno di esempi. È fondamentale, è importante.
Io vorrei potere incontrare ancora tanti maestri Daniele.
Maria Ramunno
Questo ritratto che ci hai fatto con queste parole, così cariche di bei ricordi, emozioni, fanno parte di te, che ti porti dentro nella volontà di essere come lui è stato per te. Molti di noi sono diventati insegnanti o perché hanno avuto questo modello talmente bello da emulare, da imitare, o, qualche volta, per distinguersi da un modello nel quale non volevano identificarsi. Quindi, spesso si è scelta la carriera di insegnante proprio perché si riteneva che fosse un altro il modo più giusto di entrare in relazione, come hai detto tu, con la delicatezza dell’ape che si poggia sulla sulla corolla dei fiori.





