Ultima modifica: 6 Aprile 2022
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6. La mancanza delle istituzioni, noi e la forza della poesia

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Registrazione e primi materiali1. Chi è Davide Cerullo – 2. L’idea dell’Albero delle storie3. I libri, i bambini, l’albero e gli animali4. La scuola e maestro Daniele5. Andando per scuole. E non solo6. La mancanza delle istituzioni, noi e la forza della poesia7. Dell’Albero delle storie. Ma anche di rami, asinelli e vento8. Sulla riconsegna del nome Davide9. Come è possibile contattarti?10. Stralcio da L’orrore e la bellezza: incontri speciali11. Alcune fotografie e una poesia

Domande e risposte su istituzioni e nostro ruolo

Da Monica: Volevo fare i complimenti a Davide. Sono napoletana, ho lavorato per 17 anni da precaria in diverse periferie di Napoli, ho scelto questo lavoro e me ne sono innamorata. Volevo dire che capisco benissimo l’uso della parola dolcezza perché io comunque la associo al termine empatia, che in alcuni casi troppo si sta un po’ perdendo. L’unica cosa che volevo chiedergli è se le istituzioni in qualche modo lo aiutano, perché, girando queste scuole, mi sono resa conto che la difficoltà è anche quella: è l’istituzione che non che non aiuta. Lui adesso ha questa Onlus, si è prodigato tanto, sta lavorando; però mi farebbe piacere sapere anche che ci sia un aiuto da parte di altri.

Estratti

Allora, se è vero che le mafie per esistere e resistere hanno bisogno di degrado, allora se veramente c’è un’intenzione di vincere su questo, allora perché c’è il degrado qua fuori? Perché c’è tutto ‘sto degrado? (…) Se la scuola dentro deve funzionare, devono funzionare le cose anche fuori. Non possono funzionare le cose solo dentro.

Non aspettare lo stato tu, le istituzioni. Lo Stato veramente siamo noi. Noi stasera stiamo facendo politica, amici, ma quella vera, quella che veramente ama i bambini, la loro riuscita, il loro benessere. Che ci stiamo a fare, se no, noi qua?

Facciamo funzionare la poesia, quella di Mariangela, che adesso a settembre ha detto che viene all’Albero delle storie, perché vuole dare il suo contributo. Ma che poeti abbiamo, ragazzi? Ma è una bomba, Mariangela. Mamma mia, quanto è bella quando scrive; io mi sento sollevato da terra e ho la sensazione di poter volare.

La risposta di Davide Cerullo

Comune per me è una parola importante. I nostri beni non sono comuni. Napoli vive un disagio a livello di costruzione, di impostazione,  di  una civiltà che non riesce a emergere. Napoli per me è la città più bella dell’universo; noi siamo nati sui riti più belli del mondo, però non ce la fa, non riesce. Fa fatica e, proprio per il fatto che faccia a fatica, ci vorrebbe la possibilità di fare un investimento massiccio culturale, trentennale probabilmente, ma non si avvia. Viviamo continuamente in uno stato di emergenza; molte periferie a nord a sud di Napoli sono in mano alla criminalità organizzata, quella che riesce a organizzarsi. È un disastro: lo stato permette di far comandare ancora la malavita organizzata. La gente, la povera gente, è minacciata da queste organizzazioni. Questa è la verità.

I ragazzi fanno fatica a trovare dei punti di appoggio, dei punti di riferimento e hanno spesso, non solo come esempio ma addirittura come idoli, quelli che vincono e che vincono con la forza, con le armi, con la prepotenza, con l’arroganza. 
Si fa veramente fatica a essere i bambini, si fa veramente fatica a vivere in territori nati fragili e resi ancora più fragili dalla criminalità organizzata. Quando mi chiedono “ma tu lotti contro la mafia”, dico no, io non lotto contro le mafie; io sono contro le mafie, ma non lotto. Non esiste, perché è una lotta che non puoi vincere. Mi dispiace dirlo, ma è così perché per me è la verità. Io non sono un pessimista, io sono realista.  Abbiamo territori continuamente sotto minaccia.  Questa è la verità.

Allora, se è vero che le mafie per esistere e resistere hanno bisogno di degrado, allora se veramente c’è un’intenzione di vincere su questo, allora perché c’è il degrado qua fuori? Perché c’è tutto ‘sto degrado? Se io esco adesso, che sono all’Albero delle storie, nella ludoteca, fuori c’è un degrado pazzesco. Allora, c’è qualcuno che la vuole la mafia e, allora, come facciamo noi a pretendere di voler salvare i ragazzi? Allora la scuola che ci sta a fare?  È inutile che ci sia la scuola. È meglio che non c’è niente, perché tanto stiamo lottando inutilmente. Quindi, se la scuola dentro deve funzionare, devono funzionare le cose anche fuori. Non possono funzionare le cose solo dentro.

Quindi, l’Albero delle storie esiste e resiste, ed è una cosa bellissimissima, grazie alla società civile, alla gente bella, alla gente buona. Soprattutto, lo devo dire con un po’ di amarezza, grazie alla gente, agli amici del nord, di Madrid, della Francia, di Modena, di Genova, di Pistoia, di Torino. Noi giriamo e giriamo, diciamo facciamo accoglienza, dateci una mano, comprate i nostri libri, perché comprando il nostro libro non sapete cosa andate a combinare, fate una cosa bellissima. A questo ci dobbiamo appassionare. Noi, facendo questo lavoro, permettendoci di smistare la parola, diventiamo veicolo di possibilità di bellezza, di possibilità di riuscita. Non aspettare lo stato tu, le istituzioni. Lo Stato veramente siamo noi. Noi stasera stiamo facendo politica, amici, ma quella vera, quella che veramente ama i bambini, la loro riuscita, il loro benessere. Che ci stiamo a fare, se no, noi qua? Ma chi ce lo farebbe fare? Proprio questo senso di empatia, che il più grande atto di democrazia e di libertà, ragazzi.

A me non interessa che mi invitino di qua e di là. Ma che me ne importa. Se noi dobbiamo incontrarci, lo dobbiamo fare sul serio. Se facciamo delle domande, dobbiamo sapere quello che domandiamo è perché la facciamo la domanda. Perché deve avere una risposta, ma il nostro perché interno è lo stesso del bambino di dodici anni che ha detto me ne vado, perché non ha trovato risposta ai suoi perché. Allora, allora di cosa parliamo? Dobbiamo dare la nostra vita, il nostro tempo, tutto, tutto. Perché un figlio di dodici anni che se ne va, dovrebbe essere il figlio di tutti. Non lo so che cavolo sta succedendo, cosa stiamo combinando.

Facciamo le cose sul serio, non le facciamo a parole, a chiacchiere. Facciamo sul serio. Facciamo funzionare la poesia, quella di Mariangela [link interno alla poesia di Mariangela Gualtieri Sii dolce con me, letta da Elisabetta Zampini], che adesso a settembre ha detto che viene all’Albero delle storie, perché vuole dare il suo contributo. Ma che poeti abbiamo, ragazzi? Ma è una bomba, Mariangela. Mamma mia, quanto è bella quando scrive; io mi sento sollevato da terra e ho la sensazione di poter volare. Che bello!

Però, ragazzi, non basta la poesia. La poesia non ha le mani, ha le nostre mani; non ha le braccia non ha le gambe, ha le nostre gambe, le nostre braccia. I poeti sono quelli che ci svelano il segreto delle cose, come stanno le cose solo loro lo possano fare. Benedetta la vita che ce li ha dati, ma teniamoceli stretti. Sono belli, i poeti. Io vorrei dirle grazie a Mariangela, perché la stimo e le voglio anche bene, perché mi serve la sua poesia. La poesia sua mi serve per illudermi, potrei dire, di aggiungere anni alla mia vita. Poi, la sua poesia lo fa veramente, perché è una poesia buona, è vera. La poesia è una cosa seria.

Una testimonianza a margine di un incontro in treno

Elisabetta: per me questa è una serata molto importante, Davide, perché io ti ho conosciuto in treno quasi dieci anni fa, in un un viaggio e, secondo me, c’è anche molto in un non luogo, come il treno. C’è veramente tanta poesia e tanto significato. Ci siamo conosciuti per caso, in un vagone e tu leggevi moltissimo. Stavi parlando di scuola, perché c’era, credo, la bambina più grande, adesso sarà sicuramente una ragazza, che aveva dei problemi a scuola. 
Abbiamo iniziato a chiacchierare, poi mi hai raccontato brevemente la tua storia e dopo qualche giorno mi è arrivato il tuo libro Ali bruciate. I bambini di Scampia, che ho letto e naturalmente ho divorato. E questo libro, devo dire, mi ha accompagnato in molti passaggi della mia vita, anche ultimamente. Cercando di agganciare un’alunna molto difficile, stavo per donarle questo libro, ma la mamma purtroppo l’ha portata via, in un’altra città. Situazione molto complicata; quando pensi di agganciarli, poi c’è la famiglia che te li sfila, tante volte. Una riflessione: lo stato siamo noi, ognuno di noi che, singolarmente, oggi è qui, stasera è qui. Il territorio educativo della scuola va presidiato soprattutto ultimamente, certamente a Napoli ma, secondo me, anche in ogni città e in ogni periferia di ogni città. Secondo me, in ogni città, in ogni classe, noi abbiamo degli elementi da poter agganciare. 
Penso che il territorio educativo vada ancora di più presidiato da ogni singolo, da ognuno di noi, proprio singolarmente, al di là delle istituzioni, che sì ci dovrebbero essere in alcune zone e non ci sono. Abbiamo, però, questa grande responsabilità ed è fondamentale; ci dobbiamo, anche noi insegnanti, ognuno di noi, riappropriare di questo ruolo.
Quando molti anni fa andai a visitare una scuola in Olanda, rimasi molto colpita dal progetto di questa scuola olandese nordica, che sembrava anche molto fredda.  Invece, il progetto partiva dal fatto che ogni ragazzo era un diamante prezioso e stava a noi riuscire a illuminare i lati più bui, più oscuri. Queste sono le parole con cui io entro sempre nelle classi la prima volta che le conosco e dico che, per me, ognuno di loro è prezioso. Non è vero che non c’è nessuno che non ha voglia di fare niente o che non è capace di fare nulla, perché ognuno di loro è veramente una creatura preziosa. E noi, come hai detto dell’acqua, dobbiamo veramente innaffiare ognuno di loro per farlo crescere.

 




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