6. Ilaria Gradassi
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Registrazione e primi materiali – 1. Chi è Silvia Vecchini – 2. Il giuramento del poco poco – 3. Silvia Vecchini – 4. Eleonora Menghini – 5. Antonella Capetti – 6. Ilaria Gradassi – 7. Silvia Vecchini e Sualzo: il fascino del minuscolo
Chi è Ilaria Gradassi
Invito adesso Ilaria a Gradassi prendere la parola
Ilaria mi ha fornito molto gentilmente un aiuto sulla sua biografia personale, che leggo.
Appassionata di storie sin da bambina, le ascolta, le illustra, le racconta e qualche volta ci cade dentro.
Ha vinto diversi premi per i suoi libri d’artista e ha disegnato anche alcune copertine e illustrazioni (edizioni Fuorionda, Junior, Marsilio, l’Arcobaleno).
Da diversi anni si occupa di letteratura per l’infanzia e incontra bambini e ragazzi nelle scuole e presso la libreria La Casa sull’albero di Arezzo, con laboratori dedicati alle storie e alla realizzazione di libri fatti a mano.
Durante il lockdown – nella prima ondata del Covid 19 – ha progettato e condotto Antenne per piccole orecchie: una trasmissione radio per i più piccoli dedicata ai libri e alle storie.
È insegnante di sostegno alla scuola secondaria di primo grado “F. Severi” di Arezzo.
È per me molto bello che finalmente nel nostro girovagare di esperienze abbiamo un’insegnante della scuola secondaria. Do la parola molto volentieri a Ilaria per la sua parte.
L’intervento di Ilaria
Estratti
Si parla sottovoce, si scrive come viene / si dice un poco, il resto si trattiene. Cioè in questi laboratori ognuno dà, mette quanto vuole. Ognuno si espone nella misura che ritiene più adatta a sé.
Quello che chiedo, invece, sono un po’ di curiosità, la disponibilità a mettersi alla prova e, anche e soprattutto, ascoltare gli altri, perché credo che sia importante proprio per uno sguardo gentile ritrovare l’ascolto, imparare ad ascoltare gli altri, non avere fretta di raccontare sé.
Quel patto narrativo, quel fatto di essere in un luogo senza valutazione ha sempre fatto emergere delle storie incredibili e anche dei talenti, delle capacità non immaginate, come diceva Antonella prima.
Ilaria dice…
Grazie Alberto, grazie per la fiducia che mi hai dato questa sera; grazie a Silvia che prima parlava di luci e io devo dire che lei da tanti anni fa accendere dentro di me una piccola luce. Sa portarla in giro e stasera l’ha portata qui. Quando mi ha chiesto di partecipare a questa serata, devo dire che mi ha convinta che avrei potuto parlare dei miei laboratori e anche del nostro legame.
Il nostro legame per me è prezioso, perché è un legame che è fatto sicuramente di delicatezza. è fatto di gentilezza. È un legame autentico e soprattutto ha portato qualcosa di dirompente nella mia vita.
Noi ci siamo incontrate per la prima volta nel 2014 a un laboratorio di scrittura a Pieve Santo Stefano, vicino ad Arezzo. Tra l’altro, domani ci rivedremo lì io e Silvia dove ci siamo incontrate per la prima volta.
Ho questo interesse per le parole da sempre: un interesse, una curiosità che nascano sin da piccola grazie al mio babbo, che mi ha insegnato ad amare le storie e mi ha insegnato che con le parole si può giocare.
Quando ho incontrato Silvia la prima volta, io ero lì a quel laboratorio, perché avevo bisogno di fare pace con la scrittura. Scrivevo in segreto, poco, non facevo leggere a nessuno le mie cose e non ero un insegnante. Ero impegnata dal 2000, quindi da una quindicina di anni, con le associazioni del territorio della città: progettavo e realizzavo laboratori creativi per bambini e ragazzi. Erano laboratori che trattavano di temi sociali e, quindi, di pari opportunità, di ambiente, di intercultura, a seconda delle situazioni.
Quando ho incontrato Silvia, da poco meno di un anno era iniziata la mia ossessione per la letteratura per l’infanzia. Avevo lavorato in una libreria, l’avevo gestita, ma proprio in quel periodo avevo iniziato invece a collaborare con una libreria, che si chiama La casa sull’albero, una libreria specializzata proprio per bambini, per ragazzi; una libreria in dipendente, qui di Arezzo. Io avevo deciso che i miei laboratori avrebbero avuto un comune denominatore, cioè il libro, il libro, letto, esplorato, guardato, vissuto, maneggiato, reinventato.
Sicuramente l’incontro con Silvia mi ha dato delle nuove chiavi per scrivere, ma ha creato anche un movimento nelle mie proposte laboratoriali. Infatti, dopo circa un anno e mezzo che c’eravamo conosciute e quattro workshop insieme a lei, sono stata incoraggiata da lei stessa, ma ho accolto l’invito delle libraie della libreria, che mi chiedevano di progettare una proposta di laboratorio per le scuole primarie e per le scuole secondarie di primo grado, un laboratorio di scrittura chiamato Specchi di carta.
L’idea era venuta, perché pensavamo, e pensiamo ancora, che le moderne tecnologie permettono ai bambini e ragazzi di esprimersi, di raccontarsi sempre e sempre prima. Lontane dal voler demonizzare la rete o i social network, che tutti noi usiamo, avevamo però pensato che questo tipo di racconto di sé attraverso i social o attraverso comunque la rete, dia vita a una rappresentazione che è molto immediata e anche immediatamente destinata agli altri per cercare la loro approvazione. Sono, quindi, delle forme di racconto di sé fragili, che, se non si è ben attrezzati, rischiano di far perdere una dimensione che è quella della riflessione su di sé. quella dell’interiorità, che è importantissima proprio per la crescita e anche proprio per la scrittura, e in generale per l’arte.
Quindi abbiamo pensato di proporre ai bambini e ai ragazzi un laboratorio che sì rispondesse a questa esigenza, questo bisogno, di raccontarsi, di parlare di sé, però riportando al centro la vita vera, il vissuto e le emozioni. Si trattava di una proposta articolata, che poteva prevedere da uno a quattro incontri tematici, con dei giochi e degli esercizi di scrittura e di disegno e in cui si potevano fare degli esperimenti con le parole e produrre dei testi brevi sia in forma poetica che in prosa. C’era anche la possibilità di personalizzare il percorso o permettendo ai bambini di inserire la loro produzione dentro dei piccoli libri fatti a mano, che sono un’altra delle mie ossessioni, oppure si poteva creare, grazie al lavoro di editing e di impaginazione mio, un’antologia dei testi, una selezione di testi prodotti durante i laboratori. Un’antologia digitale, che quindi si poteva scaricare e conservare o anche sfogliare online. Questa è stata la prima proposta di laboratorio di scrittura che ho fatto.
Avevo una bella cassetta degli attrezzi con me e mi portavo dietro una ricca bibliografia. Accanto ai libri di Silvia, ci sono quelle che lei mi ha insegnato ad amare; ci sono anche quelli che ho cominciato a scegliere da sola.
Avevo sicuramente un metodo, perché da sempre per me le attività con i più piccoli sono un luogo di ricerca, un luogo di scoperta, di sperimentazione dove tutti apprendono, compresa me. A me i laboratori hanno insegnato sicuramente l’ascolto, la flessibilità e l’umorismo.
Invece, per quanto riguarda il metodo per scrivere con i bambini e con i ragazzi, l’ho imparato da Silvia. È lei stessa che ce lo mostra e ce lo racconta in alcune sue poesie. Una di queste poesie la utilizzo per fare un patto narrativo con i gruppi di bambini e di ragazzi con i quali lavoro. La poesia dice così.
Si parla sottovoce, si scrive come viene
si dice un poco, il resto si trattiene
Va bene stare scomodi,
è solo per provare,
tirar fuori le parole
non sai mai come fare.
Ci vuole un apriscatole,
una chiave a stella,
poi basta una frase
e sei proprio tu, sei quella.(Silvia Vecchini in Scacciapensieri poesia che colora i giorni neri, Edizioni Mille Gru, 2015)
Si parla sottovoce, si scrive come viene / si dice un poco, il resto si trattiene. Cioè in questi laboratori ognuno dà, mette quanto vuole. Ognuno si espone nella misura che ritiene più adatta a sé.
Va bene stare scomodi / è solo per provare. E, quindi, si cambia il setting. All’interno della classe le sedie spariscono, ci mette seduti per terra oppure comunque in cerchio, e si cambia postura, perché cambiare postura significa cambiare il modo di guardare le cose, significa cambiare sguardo, prospettiva.
Tirar fuori le parole / non sai mai come fare. / Ci vuole un apriscatole / una chiave a stella / poi basta una frase / e sei proprio tu, sei quella. Ecco, per sbloccarsi, per non avere paura della pagina bianca, servono degli apriscatole, dei dispositivi magici in qualche modo. Si tratta di stimoli semplici, sono stimoli diretti, che possono essere la lettura di poesie, degli incipit che vengono forniti. Può essere sfogliare insieme un albo illustrato, guardare una fotografia o anche tenere in mano dei piccoli oggetti. Quello che però esce dalla scatola che abbiamo dentro, la scatola che è dentro ognuno di noi, e che finisce sulla pagina, va bene in ogni caso. Non c’è valutazione delle cose scritte, dell’italiano, dell’ortografia. Questo lavoro di correzione può avvenire invece in un secondo momento.
Questo patto narrativo che faccio nei gruppi di lettura, all’inizio del laboratorio, mi permette di pormi come guida, una guida che accompagna ad un viaggio che deve essere prima di tutto scoperta, come ogni viaggio, e possibilmente far divertire. Quello che chiedo, invece, sono un po’ di curiosità, la disponibilità a mettersi alla prova e, anche e soprattutto, ascoltare gli altri, perché credo che sia importante proprio per uno sguardo gentile ritrovare l’ascolto, imparare ad ascoltare gli altri, non avere fretta di raccontare sé.
Quando poi sono arrivata alla scuola media ho scelto di fare l’insegnante di sostegno, un po’ perché mi sembrava che fosse più adatto alle mie corde per le possibilità che dà nella flessibilità, a livello di laboratorio e anche perché avevo già un’esperienza diretta con la disabilità. Infatti ho collaborato per tanti anni con un centro diurno di Arezzo, che si occupa di giovani adulti diversamente abili. Anche con loro ho portato le parole di Silvia e abbiamo scritto insieme con risultati veramente strepitosi.
Anche nella scuola media ho portato quello che mi riesce meglio: prima di tutto il laboratorio, che è la mia dimensione preferita, sia che sia il laboratorio diretto con un solo ragazzo sia che stia con tutta la classe. E sono fortunata in questo, perché molte colleghe curricolari di lettere me lo lasciano fare. Ci invertiamo i ruoli: mi lasciano condurre un laboratorio in classe a o anche facciamo dei laboratori a classe aperte. Anche questo nella mia scuola è possibile spesso farlo.
In particolare, qui vedete questa immagine del 2019. Attraverso i finanziamenti di un PON, ho realizzato questo grande laboratorio a classi aperte. Dico grande, perché erano tantissimi incontri. Erano 15 di tre ore ciascuno in orario pomeridiano, quindi extrascolastico, con la stessa formula di sempre.
Sono incontri tematici dedicati all’esplorazione di sé e allenando un po’ lo sguardo alla complessità del mondo. In questo laboratorio tantissimi degli iscritti hanno ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento o anche con bisogni educativi speciali, quindi anche ragazzini stranieri arrivati da poco in Italia. Quel patto narrativo, quel fatto di essere in un luogo senza valutazione ha sempre fatto emergere delle storie incredibili e anche dei talenti, delle capacità non immaginate, come diceva Antonella prima.
È un’esperienza straordinaria proprio perché ha dato continuità al lavoro. Quindici 15 incontri sono tanti. In queste immagini vedete l’esposizione finale che abbiamo fatto dei loro lavori. Qui con le mollette ci sono delle poesie che loro avevano scelto e avevano appeso. In queste foto c’è una delle loro produzioni collettive: avevano fatto un albo collettivo che si chiamava Cambiare costa e che raccontava la loro crescita.
In questa foto, invece, c’è quella piccola esperienza, a cui Alberto prima accennava. È una trasmissione radiofonica che ho avuto il piacere di progettare e realizzare durante il primo lockdown. Si chiamava Antenne per piccole orecchie: era una trasmissione in cui cercavo di costruire dei ponti fra i bambini che erano lontani, a casa, e che non si potevano vedere. Una delle rubriche che avevo inventato era proprio Le poesie d’appartamento [vedi un esempio da Radiofly con lettura di poesie di poesie di Tognolini, Carminati, Quarenghi e Vecchini], con la stessa metodologia. Dopo la scelta di un tema, che poteva essere “gli animali”, “l’amicizia”, “la casa”, proponevo la lettura ad alta voce delle poesie. Devo dire che, in ogni posto dove io abbia portato la poesia di Silvia, ho trovato lo stesso tipo di risposta: una risposta entusiasta, una risposta di grande fascinazione, direi, un po’ perché si parla di una scrittrice che io conosco, si parla di una scrittrice vivente. Anche questo piace tanto ai bambini.
Il laboratorio di scrittura in realtà è qualcosa di molto semplice: è uno spazio di relazione. Si fanno cose semplice, in realtà, si fa pochissimo, si legge ad alta voce, si scrive insieme, si cerca di conoscerci meglio, ci si pongono tante domande e si prova anche e qualche risposta. Sempre insieme, mai con delle certezze e mai con un senso di assoluto. L’unica cosa assoluta che c’è, secondo me, in questi laboratori è la bellezza delle poesie che leggiamo insieme o degli albi che sfogliamo. Quello che io porto è soltanto una cornice che ci fa da guida. Leggo, ascolto molto, accolgo le idee dei bambini e ho imparato ad accogliere l’imprevisto. Questo è uno dei cambiamenti che ho fatto in questi tanti anni di laboratori con i più piccoli. Mentre si parla con loro e mentre si ascoltano può essere che la direzione che si era pensato di prendere, invece, debba cambiare rotta. Può essere che una parola o un’emozione possa guidarci da qualche altra parte e questo è sempre molto interessante, secondo me.
Capita anche a volte che in questi laboratori ci sia qualche bambino che abbia una iniziale fatica nel pensare o nello scrivere; a volte, magari, soltanto un’incertezza, un po’ di timidezza- Ma questo patto narrativo, questo fatto di essere liberi di esporsi quanto si vuole, di dare quanto si vuole, di leggere la propria produzione e condividere nella maniera in cui si vuole è proprio una garanzia, in realtà.
A proposito di gentilezza, mi va di fare un piccolo omaggio a una delle mie classi di quest’anno. Sono su due classi come insegnante di sostegno, due prime, e una delle due prime è la prima G. La professoressa di lettere ha proposto la lettura integrale del libro di Silvia Le parole giuste. Con la mia collega abbiamo dato alla “G” significato di gentilezza. E, quindi, la nostra è una classe che prova a puntare a questa condizione, a questa situazione di gentilezza.
Grazie a tutti per l’attenzione, nonostante l’allora tarda. Grazie ancora Alberto e grazie ancora Silvia
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Grazie, Ilaria, per la tua testimonianza che viene molto arricchita anche dal tuo estro, oltre che dalla tua capacità di far esprimere liberamente tutti i bambini, che è poi la postura che noi cerchiamo quotidianamente, pur a volte con qualche fatica.







