Ultima modifica: 12 Maggio 2022

3. Silvia Vecchini

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Registrazione e primi materiali – 1. Chi è Silvia Vecchini – 2. Il giuramento del poco poco – 3. Silvia Vecchini – 4. Eleonora Menghini – 5. Antonella Capetti – 6. Ilaria Gradassi – 7. Silvia Vecchini e Sualzo: il fascino del minuscolo

Silvia Vecchini dice

Credere nelle parole

Silvia VecchiniQuando ho iniziato a scrivere e soprattutto a pubblicare per bambini per ragazzi, poi a scrivere in versi per loro, ho sentito questa coincidenza, quasi proprio un richiamo che mi ha fatto andare a cercare da dove erano venute queste parole. Perché questo interesse, questa curiosità per le parole? Questa curiosità, quest’interesse, questa fiducia nelle parole io l’ho trovata non perché avessi tanti libri a casa o potessi frequentare librerie e biblioteche. Io sono nata, cresciuta e continuo a vivere in un paese minuscolo con 800 abitanti e la prima libreria a 30 km. Credo di aver iniziato a frequentare le librerie a scuola, quando ero adolescente, quando mi muovevo da sola. La biblioteca non era un luogo da frequentare perché era una biblioteca per adulti, una specie di archivio; in casa mia i libri erano pochi, io ne ricordo pochissimi, almeno quelli che erano di mia proprietà, e non avevo nemmeno luogo dove stessero i miei libri.

Da dove erano arrivate quelle parole? Ecco, le parole e questa fiducia nelle parole era arrivata dalla scuola da un‘insegnante, dalla mia maestra elementare, giovanissima, al primo incarico. La mia curiosità nello scrivere per bambini è stata: andiamo a vedere che cosa succedeva a me quando ero piccola; ho ripescato dei miei quadernini e sono andata a vedere. Ecco, dentro non c’era niente di speciale; non c’erano grossi fuochi d’artificio, non c’erano gli incontri con l’autore, non c’erano i laboratori. La mia era una scuola minuscola nella provincia della provincia, ma l’insegnante che mi ha portato le parole le ha portate con grandissima onestà e verità. La parola che lei leggeva, la parola che lei condivideva con noi, la parola della poesia che leggeva, la parola che magari ricopiavamo era una parola che era portata con verità. Questo mi ha fatto credere nelle parole; dopo nella bellezza delle parole, nella forza delle parole, nell’immaginazione e tutto il resto; però, ecco, questo è un atto di gentilezza: questa verità, questa onestà è un atto di gentilezza nei confronti dei bambini che non è un infiocchettare qualcosa in maniera carina; non è un sentimentalismo.
Essere gentili con i bambini vuol dire rispettare l’altezza della loro speranza; per me è stato molto importante questo. Per questo dicevo: portare fino in fondo questo gesto di credere nelle parole, portare le parole in questa maniera ai bambini e fare il giuramento di difendere anche la nostra delicatezza di adulti, perché se non difendiamo questo luogo profondo e delicatissimo siamo meno in grado di percepirlo dentro ai bambini. È possibile che anche noi, che ci teniamo tanto, ci passiamo sopra.

Estratti

Essere gentili con i bambini vuol dire rispettare l’altezza della loro speranza

Portare le parole in questa maniera ai bambini e fare il giuramento di difendere anche la nostra delicatezza di adulti, perché se non difendiamo questo luogo profondo e delicatissimo siamo meno in grado di percepirlo dentro ai bambini.

Scegliere di portare il rovescio

Dall'articolo Il rovescio della guerra, blog TopipittoriAllora, fare il giuramento di difendere la propria delicatezza, anche il nostro impercettibile che viene alla luce, il nostro, non solo quello dei bambini, è un atto di gentilezza nei confronti dei bambini e dei ragazzi che accompagniamo.

In un articolo che ho scritto qualche giorno fa per il blog Topipittori, Il rovescio della guerra, dove provavo a raccontare una lettura condivisa con i bambini – erano i primi giorni della guerra e a scuola c’era un grande movimento, una grande agitazione su che cosa fare, che cosa dire ai bambini, come comportarsi, che cosa rispondere, cosa condividere con loro – ho provato a mettere in fila qualche pensiero sulla scelta di portare a scuola uno sguardo pacifico e di essere molto attenti a non portare a scuola la nostra incertezza, le nostre ansie. Scegliere invece sempre di portare il rovescio; cioè sicuramente dare delle informazioni ai bambini per circoscrivere e dare dei limiti a quello che accade, ma non farsi portare via sempre dall’ultima cosa che accade, perché prima dobbiamo essere certi di essere saldi, saldi noi, in quello che in quello che portiamo. In quell’occasione ho ripreso un pensiero di Alexander Langer, a me molto caro, in cui riporta il motto delle olimpiadi “più forte, più alto, più veloce”. Questo motto per le olimpiadi era anche una spinta a giocare al massimo; sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti: citius altius fortius. Lui invece dice: “io invece vi propongo il lentius, profundius e soavius, più lenti, con più lentezza, più in profondità, più dolcemente”. Dice inoltre: “con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, ma forse si ha il fiato più lungo”  [vedi citazione Langer, a fondo pagina, con link a video intervento di Langer]. A me questo pensiero è sempre molto caro. Dentro la scuola mi sembra a questo punto urgente. Io sento tanti insegnanti che giustamente si lamentano della corsa, dei tanti impegni, della tanta burocrazia, di tante cose: ecco, io penso che il cuore di questo sguardo gentile e umano possa stare proprio in queste tre parole: andare più lentamente, andare più in profondità e farlo in un modo che sia che sia più dolce. Non è una cosa zuccherina; ci riporta a quel giuramento iniziale. È una cosa seria, una cosa da grandi, opporsi a una logica che invece ci porta un po’ via: nella fretta, nel fare le cose a volume massimo sempre o più velocemente o più in alto come prestazione. Ecco, cambiare, fare fare questo cambio. E lui (Alexander Langer) dice: con questo nuovo motto, con questo motto a rovescio non si vince nessuna battaglia frontale. È vero, la scuola non dovrebbe essere il posto di una battaglia frontale, ma, dice, forse si ha il respiro più lungo. Ecco, è quello che serve alla scuola; cioè, lavoriamo per un percorso che ha bisogno del respiro lungo; non è uno sprint, non sono 100 metri. A scuola è una lunga maratona è un lungo percorso. La scuola non è un campo di battaglia, non dovrebbe esserlo, né tra colleghi o tra tutte le altre figure che vivono nella scuola, con i genitori.
Lasciamo perdere i rapporti dei bambini con i bambini, quello è un altro capitolo. A me interessa proprio lo sguardo, la postura dell’adulto. È inutile che parliamo di sguardo gentile e umano a scuola isolando solo quello che dobbiamo portare ai bambini. C’è tutto un mondo che può lavorare a costruire questa delicatezza e anche questa verità.

Dicevo, non è un campo di battaglia tenendo presente che tanti bambini arrivano che sono già in battaglia. Non sono solo i bambini che adesso hanno iniziato entrare nella scuola da ospiti dell’ultimo minuto; non solo loro vengono dalla loro battaglia, dalla guerra, dall’aver lasciato il loro paese, eccetera. Sono tanti i bambini che ogni giorno arrivano a scuola dentro una battaglia, che è quella che può essere dentro la loro famiglia, dentro la loro storia personale, eccetera. Ecco, quindi, …che sia un giuramento, che sia un patto… dobbiamo fare proprio un patto perché a scuola ci si stia bene e con questa delicatezza in qualche modo da preservare.

Estratti

Andare più lentamente, andare più in profondità e farlo in un modo che sia che sia più dolce

Dobbiamo fare proprio un patto perché a scuola ci si stia bene e con questa delicatezza in qualche modo da preservare

La poesia è una scienza che non spiega niente

La mia proposta è sempre quella che passa dalle parole. La lettura condivisa, gli albi illustrati per i più piccoli, ma anche per i più grandi, l’andare incontro a chi ha delle particolari esigenze di lettura, di avvicinamento, di inclusione e soprattutto, per me, anche la voce della poesia. Allora, ho pensato di leggere insieme a voi alcuni testi brevi. Ho pensato alla poesia, perché, come dice un autore che credo sia molto caro anche ad Alberto, Christian Bobin  [vedi estratto da Abitare poeticamente il mondo, a fondo pagina], nel suo libro bellissimo che vi consiglio, Abitare poeticamente il mondo: la poesia è una scienza che non spiega niente. È una scienza che non spiega niente; tenta di dire qualcosa; è l’unica scienza che non forza l’oggetto, ma entra nel mondo come in una casa amica. 
Bello questo, eh? Si posa sull’oggetto e rivela l’oggetto, non lo forza. Allora, dalla poesia, secondo me, possiamo imparare ad avere questo sguardo che non afferra, né forza, ma che fa rivelare.

Estratti

È una scienza che non spiega niente; tenta di dire qualcosa; è l’unica scienza che non forza l’oggetto, ma entra nel mondo come in una casa amica.

Bello questo, eh? Si posa sull’oggetto e rivela l’oggetto, non lo forza. Allora, dalla poesia, secondo me, possiamo imparare ad avere questo sguardo che non afferra, né forza, ma che fa rivelare.

Il lentius

Ho pensato di chiedere a Elisabetta di leggere per noi alcuni testi e li ho pensato così. Dato  che abbiamo parlato di questo motto in tre parti, ho pensato i primi due testi di dedicarli alla lentezza, alla possibilità di recuperare la lentezza e, quindi, la meraviglia.
Il primo testo viene da Poesie del giorno, della notte, di ogni cosa intorno e l’altro da Acerbo sarai tu. Sentirete che sono due voci un po’ diverse. Questa poesia, Acerbo sarai tu, sarà dedicata proprio agli adolescenti, a chi sta crescendo e a cui spesso noi diciamo che sta perdendo tempo. Sono due modi di rallentare.

Quando senti l'estate arrivare

da Poesie del giorno, della notte, di ogni cosa intorno, illustrazioni di Marina Marcolin, Topipittori, 2014

Quando senti l’estate arrivare

Quando senti l’estate arrivare
metti tra le cose da fare
cogliere un papavero premere
il pistillo stampare una stella
sulla fronte di un’amica
fischiare usando un filo d’erba
lasciare una briciola in terra
e aspettare una formica
cercare un soffione prendere
fiato soffiare insieme
ricordare che ogni desiderio
è un seme
(Silvia Vecchini, Poesie del giorno, della notte, di ogni cosa intorno, illustrazioni di Marina Marcolin, Topipittori, 2014)

Non è perdere tempo

Non è perdere tempo

da Acerbo sarai tu, illustrazioni di Francesco Chiacchio, Topipittori, 2019

Non è perdere tempo
la musica
ma un’acqua da bere
da nuotare
la testa sotto
il resto scompare
a volte è quanto basta
è avere un fiume in tasca
(Silvia Vecchini, Acerbo sarai tu, illustrazioni di Francesco Chiacchio, Topipittori, 2019)

Il profundius

Questi testi, che ascoltiamo adesso, vengono da In mezzo alla fiaba. Sono poesie che nascono dal ricordo delle fiabe. Le uso con i bambini della scuola primaria, ma anche con i più grandi, perché le fiabe parlano di trasformazione, parlano di identità.
In questi testi che ascolteremo adesso c’è proprio questo andare più in profondità di cui parlavamo prima, dove ci si interroga su chi siamo, su come si fa a capire chi siamo e anche sul valore dell’errore.

Il più delle volte

da In mezzo alla fiaba, illustrazioni di Arianna Vairo, Topipittori, 2015

Il più delle volte

Il più delle volte
non serve sprangare le porte
bruciare ogni fuso
vietarne il possesso, proibire l’uso
ci sarà sempre
una porticina aperta, una vecchina che fila
una scoperta
qualcosa che non sai neppure cos’è
uno sbaglio fatto apposta per te.
Non sempre, ma a volte
occorre pungersi
sanguinare un poco
dormire tutto il sonno
che viene dopo
servirlo come una medicina
per svegliarti diversa
da come eri prima.
(Silvia Vecchini, In mezzo alla fiaba, illustrazioni di Arianna Vairo, Topipittori, 2015)

Sapere chi sei veramente

da In mezzo alla fiaba, illustrazioni di Arianna Vairo, Topipittori, 2015

Sapere chi sei veramente

Sapere chi sei veramente
non è cosa da poco
è fermare la fiamma di un fuoco
nessuno può dirtelo
qualcuno mente
molti non sanno niente
neppure di se stessi
è da fessi
lasciare che gli altri ti dicano
chi sei
che cosa sai fare
se nuoti o puoi volare
se sei bello oppure brutto.

Sei tu
e questo è tutto.

(Silvia Vecchini, In mezzo alla fiaba, illustrazioni di Arianna Vairo, Topipittori, 2015)

“Sapere chi sei veramente non è cosa da poco, è firmare la fiamma di un fuoco”, ecco, con i ragazzi ci pensiamo a questa cosa impossibile di fermare questa fiamma; non è fermarla spegnendola, è avere questo sguardo che ci consente di vedere mentre si muove, guardarla senza per forza afferrarla o spegnerla o fissarla. Ecco, questo è uno sguardo che ci aiuta ad andare in profondità e anche a restare un po’ a distanza.

Il soavius

L’ultima (coppia di poesie) è dedicata al fare le cose più dolcemente. Allora, ho pensato a due testi, sempre da Poesie della notte e Acerbo sarai tu, che parlano di relazioni. Secondo me, è importante portare la poesia ai bambini e ai ragazzi anche su temi un po’ sottili, come a volte la difficoltà di essere amici, le sfumature dentro l’amicizia o l’inizio dell’innamoramento. Farlo con delicatezza, perché è proprio quell’impercettibile che viene alla luce. Loro si rendono conto che ci sono tante sfumature dentro le relazioni. Ecco, la poesia può dirle, le può illuminare senza per forza sezionarle.

Quando fai finta di non sentirmi

da Poesie del giorno, della notte, di ogni cosa intorno, illustrazioni di Marina Marcolin, Topipittori, 2014

Quando fai finta di non sentirmi

Quando fai finta di non sentirmi
quando te ne vai sulla bici
con qualcun’altro seduto sul portapacchi
quando dividi la merenda ma non con me
allora si apre una botola sul pavimento
cado giù, ma non sento niente,
non mi vedi più, sono trasparente
(Silvia Vecchini, Poesie del giorno, della notte, di ogni cosa intorno, illustrazioni di Marina Marcolin, Topipittori, 2014)

Dire fare baciare

Dire fare baciare

da Acerbo sarai tu, illustrazioni di Francesco Chiacchio, Topipittori, 2019

Dire fare baciare
vorrei giocarci adesso
sceglierei baciare
oppure lettera o testamento
scriverei col dito sulla schiena
quello che non ti so dire
neanche sotto giuramento.
(Silvia Vecchini, Acerbo sarai tu, illustrazioni di Francesco Chiacchio, Topipittori, 2019)

Grazie, Elisabetta. Allora io chiudo, perché vorrei passare la parola a Eleonora, Antonella, Ilaria.

La rivoluzione dello sguardo

Ecco, dico solo che per parlare di questo sguardo gentile e umano occorre, secondo me, fare questa rivoluzione dello sguardo, che è quella di rovesciare un po’ il punto di vista. Cercare prima di guardare noi stessi, fare questo patto e questo giuramento con noi stessi nel difendere prima di tutto la nostra delicatezza e poi cambiare sguardo anche nei confronti dei bambini e dei ragazzi

A me piace molto citare una frase che è contenuta in un articolo di Giusi Quarenghi [vedi citazione più estesa, a fondo pagina], pubblicato nella rivista Quarantotto Topipittori, un numero zero, proprio il numero di apertura di questa rivista, in cui Giusi Quarenghi dice che i bambini, e penso la possiamo estendere anche ai ragazzi, non sono una terra desolata dove portare luce. Dice “la luce sono loro; ogni bambino è o ha una sua propria luce; primo compito e prima attenzione degli adulti è non spegnerla”. Ecco, allora, questo cambio, secondo me, da fare è pensare a questa reciprocità, imparare da loro, ma sapere che possiamo anche spegnere la loro luce. Nel giuramento della Gualtieri che abbiamo letto c’era questo impercettibile che viene alla luce; è proprio un prendersi cura a vicenda. 

C’è una frase del Talmud, che a me piace molto, e che ha ispirato anche un libro che si intitola Ogni volta che dice “è il frutto che protegge l’albero”, una frase abbastanza misteriosa, è il frutto che protegge l’albero. Che cosa viene prima, che cosa viene dopo; allora, è una custodia, secondo me, quella tra adulti e bambini, adulti e ragazzi, è una custodia reciproca. Ecco, se teniamo presente questa reciprocità e questa custodia a vicenda, i bambini e ragazzi, certo, ci custodiscono, perché ci indicano che c’è questa delicatezza che non deve essere ferita. E allora magari recuperiamo anche la nostra; e quindi è proprio un circolo, un circuito.

Ecco, io adesso sono contenta di ascoltare le voci che parlano anche di pratica a scuola e sono convinta che sarà interessante. Intanto, vi ringrazio dell’attenzione. Poi vediamo se ci saranno delle domande e se ci sarà il tempo di parlare un po’ insieme.

Estratti

Giusi Quarenghi dice che i bambini, e penso la possiamo estendere anche ai ragazzi, non sono una terra desolata dove portare luce (…) La luce sono loro.

I bambini e ragazzi ci custodiscono, perché ci indicano che c’è questa delicatezza che non deve essere ferita.

Grazie a te, Silvia

Grazie molto davvero, Silvia, per le parole che ci hai detto. Ci hai dato tanti motivi sul nostro modo di porci. Stavo per dire “della nostra professione”, ma è un termine burocratico, forse; invece, noi nell’essere maestri, insegnanti o col ruolo che noi abbiamo scuola, siamo fondamentalmente uomini e donne, siamo persone e giochiamo ciò che noi siamo dentro. A volte le pratiche scolastiche ci portano un po’ lontano, ci portano via da questa dimensione fortemente interiore del gesto educativo, che, nel momento in cui viene pensato, molte volte si perde. Il tuo richiamo a questa grande onestà nei nostri confronti è probabilmente quello che ci può meglio guidare anche nel nostro varcare quotidianamente le porte delle nostre scuole, delle nostre classi, delle nostre aule, ma anche dei nostri uffici. Ho fatto un po’ l’insegnante, poi ho fatto anche altre cose, e mi sono sempre più reso conto di come ci sia necessità di questo grande senso di onestà e di responsabilità, che automaticamente ci rende piccoli nella nostra grandezza umana. Allora in questo modo sì che ci sappiamo chinare e probabilmente ripartire dai bambini e non invece da uno astratto concetto di programma, di pensiero preordinato, che viene poi scombussolato dalla quotidianità e della nostra capacità di ascolto e di essere onesti.
Grazie davvero, Silvia.
E adesso riempiamo questo collage di testimonianze e di esperienze con tre persone a te molto care e anche a noi molto care e che quando sono con i bimbi sono come dici tu.

Ampliamenti

Alexander Langer

Citius altius e fortius era un motto giocoso di per sé, era un motto appunto per le Olimpiadi che erano certo competitive, ma erano in qualche modo un gioco. Oggi queste tre parole potrebbero essere assunte bene come quinta essenza della nostra civiltà e della competizione della nostra civiltà: sforzatevi di essere più veloci, di arrivare più in alto e di essere più forti. Questo è un po’ il messaggio cardine che oggi ci viene dato. Io vi propongo il contrario, io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini, più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo.
(Alexander Langer dal testo del suo intervento al Convegno di Assisi, 1994).
Vedi anche video originale dell’intervento del 1994

Christian Bobin

Mi sembra che la poesia sia come una spiegazione, ma che non spieghi niente. È come una scienza, è la sola scienza che non maltratta il suo oggetto. Forse perché non lo tratta come un oggetto, per l’appunto. La poesia entra nel mondo come in una casa amica, rivela l’oggetto, lo porta a rivelarsi, non lo forza. Il grande rimprovero che farei alla scienza e alle tecnologie è, con le buone maniere, di forzare la porta. Mi sembra che le cose vengano molto più facilmente a noi se accordiamo loro il tempo che richiedono. Per esempio, trovo terribili quei filmati che mostrano lo schiudersi dei fiori in modo accelerato. Arriverei fino a pensare che non si dovrebbe mostrare ciò che il nostro occhio non vede. La tecnica infrange un divieto, e forse fa del male a qualcosa che è sacro nella vita. Dopo tutto, i miei occhi mi bastano per vedere la farfalla, non ho bisogno che qualcuno me la mostri.
(Christian Bobin, Abitare poeticamente il mondo, AnimaMundi edizioni, Copyleft 2019)

Giusi Quarenghi

“I bambini possono educare gli adulti attenti”, scriveva Walter Benjamin nel 1929. Grazie ai bambini, continua a essere vero. Grazie ai bambini, che non sono terra desolata dove portare luce; la luce sono loro; ogni bambino ha/è una propria luce; primo compito e prima attenzione degli adulti è non spegnerla.
Pensare la relazione bambini-adulti (l’aggettivo ‘attenti’ abbinato a questi dice quanto questi, noi, siamo a rischio di disattenzione), tra chi insegna e chi impara, come non unidirezionale vuol dire liberarla da rigidità controproducenti, aprire all’avventura di scoprire e imparare insieme ancora e ancora, attrezzarsi per identificare le domande e per immaginare risposte che generano altre domande; fare dell’incertezza una mappa del tesoro. Ben altro dal limitarsi a trasmettere piccoli segmenti definiti e verificabili con precisione, ‘giusto’/‘sbagliato’.
[…]
I bambini guardano, ascoltano, immaginano, parlano, pensano, giocano, fanno, trasformano, distruggono, raccontano, leggono cercando/trovando posto per sé e per gli abissi, in quello che guardano, ascoltano, immaginano, dicono, pensano, giocano, fanno, trasformano, distruggono, raccontano, leggono…
Ospitano dentro di sé e si fanno ospitare. Così stanno al mondo e, così facendo, se ne salvano, e anche lo salvano, ci salvano e, per quel che è possibile, ci educano. Se siamo attenti.»
(Giusi Quarenghi, in Siamo qui, dove non so, numero zero della rivista Quarantotto, Topipittori).

 




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