Ultima modifica: 7 Giugno 2022

6. Come fare poesia a scuola?

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Registrazione e primi materiali1. Chi sono Roberta Lipparini e Mariangela Ruggiu2. Prima parte: sguardi gentili umani3. Dirsi l’età, dalla chat4. Lo sguardo bambino, scambio poetico5. Monica Bisi6. Come fare poesia a scuola?7. Rimbalzi poetici: tutti i versi letti da Roberta e Mariangela

Il terzo tema: come fare poesia a scuola?

Ripartiamo con il tema introdotto già precedentemente. Come fare poesia a scuola? Vale la pena farla? Perché farla? Quale approccio, quale postura un insegnante, seconda dell’ordine di scuola, può adottare? Ha senso farla a qualsiasi età?

Roberta e Mariangela

Estratti

La poesia è un luogo senza giudizio, un luogo di accoglienza per qualsiasi emozione, nei tempi del bambino e con la sua voce, che è unica (Roberta)

Prima ancora della tecnica, c’è questo: il darsi respiro, il darsi ascolto, il darsi fiato. (Roberta)

La poesia se non parla non serve; cioè, è meglio una buona prosa che almeno è articolata e comunica in modo chiaro, leggibile (Mariangela)

La poesia è qualcosa che ci attraversa, che noi lasciamo fluire e che si compone a prescindere dalle nostre costruzioni mentali e formali (Mariangela)

…il metterci in ascolto anche delle cose di noi stessi che non sappiamo e che ci meravigliamo a volte di scoprire, proprio scrivendo o anche leggendo la poesia. (Mariangela)

Roberta Lipparini

Secondo me, la poesia a scuola è necessaria; però, a scuola si può fare lezione di poesia o si può fare invenzione, costruzione, incontro di poesia. Le lezioni di poesia sono una cosa che non mi riguarda, che non saprei neanche fare, che non mi interessa fare. Nelle scuole faccio laboratori di poesia; il mio laboratorio di solito si chiama La voce delle emozioni. Ho fatto laboratori dal nido, all’infanzia. alle secondarie di primo grado, anche se normalmente lavoro soprattutto con i 6 10 anni.
Provo a fare questo paragone con un flauto. C’è una maestria, che è quella di saper usare le dita sui buchi, una tecnica, diciamo, che fa uscire la musica nel modo migliore, ma non è quella, secondo me, la parte più importante. La cosa più importante, secondo, me è lavorare sul fiato, nostro, che è quello che poi farà suonare lo strumento; quindi, immagazzinare fiato, immagazzinare respiro in senso molto ampio.

I bambini capiscono subito che, a differenza di tutte le altre ore che necessariamente incontrano a scuola, il momento della poesia è un momento senza giudizio. Non esistono biro rosse, non esistono errori, non c’è un modo per esprimersi, non c’è un modo per fare poesia. Ogni bambino ha la sua voce. Ed è questa che bisogna cercare di tirare fuori: voce diversa.

Anche la nostra voce è diversa, anche la voce interiore è diversa e questo è meraviglioso. Ogni bambino non deve corrispondere a un modello di poesia; ogni bambino deve trovare la sua voce e il modo per tirarla fuori. Trovare la sua voce significa anche accettare i silenzi del bambino; non tutti vogliono leggere e va benissimo; non tutti vogliono scrivere e va benissimo. Hanno i loro tempi, tanto poi col tempo, con la fiducia, una piccola magia succede. Di solito alla fine arrivano tutti, però non c’è pressione. È un territorio libero, come dicevo prima, di accoglienza. Il bambino in quel momento deve soprattutto ascoltare se stesso.

Ci sono tanti giochi che si possono fare per questo: con le pietre, con le conchiglie, con il silenzio, con le piccole meditazioni da fare in classe, con la relazione tra i compagni, con i gesti, Comunque, la cosa principale, secondo me, è fare capire al bambino che la poesia è un luogo senza giudizio, un luogo di accoglienza per qualsiasi emozione, nei tempi del bambino e con la sua voce, che è unica. Questo è il contesto; poi, certo, dopo, di fianco, è bello che i bambini scoprano che la parola è un veicolo importante, che la parola è potere, che la parola è un’arma bianca, che la parola può far male e può far bene. E che, quando fa male, fa molto male e che, quando fa bene, fa molto bene.

Ci sono anche tanti piccoli giochi che si possono fare per far innamorare i bambini delle parole. E, allora, si riesce a sviluppare l’ascolto di sé, la consapevolezza, il tirare fuori anche solo una parola: qual è la tua parola di rabbia, dimmi una parola di rabbia.  Non c’è bisogno di far scrivere i grandi testi. A poco a poco si apre questo canale, che negli altri momenti della vita spesso viene bloccato, perché noi chiediamo spesso ai bambini di parlare con la mente, di ragionare, di pensare, di riflettere; invece, la voce poetica deve sgorgare libera. Deve sgorgare libera dal cuore. Se noi riapriamo questo – perché bambino piccolo ce l’ha, come dicevo prima, se no non parlerebbe alla luna con tanta convinzione, non le farebbe vedere i suoi disegni alla finestra – se noi riusciamo aprire questo canale, è fatta. Dopo impareranno a usare le parole; col tempo, crescendo, impareranno a impreziosire, impareranno la tecnica, ma, prima ancora della tecnica, c’è questo: il darsi respiro, il darsi ascolto, il darsi fiato.

Mariangela Ruggiu

Sono d’accordo con quello che ha detto Roberta. Se ci proiettiamo con lo sguardo a un’età un pochino più grande, ai ragazzi, la poesia nelle scuole viene studiata come letteratura. Sono d’accordo che la si studi, perché conoscere la storia, conoscere i poeti è formativo a livello culturale. Però, spesso i ragazzi confondono lo studio della letteratura con la poesia; la letteratura non è la poesia. La poesia è qualcosa che riguarda loro, cioè che riguarda ciascuno personalmente.

Io, quando ho studiato la letteratura, non ho mai amato i poeti. Li ho amati dopo, da sola, quando li ho scoperti e ho lasciato che mi parlassero. Quando si studia la letteratura, spesso si impegna gran parte del tempo a studiare la vita del poeta, a studiare la storia del periodo in cui il poeta ha scritto. Ciò che è scritto in poesia lo si trasforma in prosa per poterlo riscrivere; però, quanto di questo arriva al ragazzo? Quanto parla? La poesia se non parla non serve; cioè, è meglio una buona prosa che almeno è articolata e comunica in modo chiaro, leggibile. Invece, la poesia deve parlare, anche se a volte non capiamo bene che cosa ci dice. Non solo ai ragazzi, ma a volte anche noi: leggiamo una poesia e non capiamo bene che cosa qual è il suo messaggio. Ma ci sono delle cose che comunque rimangono, anche quando non comprendiamo bene il senso, non comprendiamo bene la costruzione della frase, eccetera.

A volte resta come un seme, che può crescere e può portare i frutti. E così dovrebbe essere la poesia anche per i nostri ragazzi; cioè, qualcosa che parla, che dice, che comunica con loro ogni volta che la leggono. Invece, e lo dico con un po’ di tristezza, poche volte e così. Molte volte questo non succede. Quando ho fatto un discorso sulla poesia con i ragazzi – io che non sono insegnante di lettere – ho cercato di farli parlare e di fare in modo che la parola uscisse da loro e arrivasse a loro. È un discorso molto personale, perché è ovvio che un docente abbia anche dei vincoli: deve svolgere un certo lavoro, deve comunque portare avanti un determinato argomento, eccetera.

Invece, quando noi parliamo di poesia, ci stiamo un po’ sganciando da tutto questo. Stiamo entrando in una sfera, che è proprio la sfera della persona – in questo caso di un ragazzo o una ragazza – e stiamo cercando di, non dico insegnare, ma di proporre un modo di comunicare con le parole. Non deve essere un modo standardizzato, ma un modo che il ragazzo deve scoprire e che gli permette di esprimersi in qualunque modo che non sia quello formale, perché, se un ragazzo si relaziona con altre persone, non ha bisogno di recitare una poesia per relazionarsi. Molte volte la poesia è una comunicazione con se stessi. Il ragazzo, che legge una poesia, ascolta quello che quel testo dice a lui. Oppure, il ragazzo che scrive sta cercando di tradurre tramite una scrittura, tramite parole, quello che lui sente sia a livello nazionale o anche a livello non razionale, a livello di percezione. Forse abbiamo un po’ trascurato questo aspetto nel nostro discorso.

La poesia non è una attività del nostro io logico e razionale; la poesia è qualcosa che ci attraversa, che noi lasciamo fluire e che si compone a prescindere dalle nostre costruzioni mentali e formali, da come siamo abituati a scrivere secondo le regole, secondo i canoni, eccetera. È lasciare spazio a delle percezioni, a delle sensazioni, che noi comunque scopriamo – dico “noi”, ma mi riferisco anche ai ragazzi – scopriamo come strumento di indagine, di conoscenza, attraverso delle forme nuove che non richiedono, appunto, una spiegazione. Quindi è proprio come un pittore, che dipinge il suo quadro: non filtra quello che fa attraverso una logica razionale, è un qualcosa che fluisce e riesce in questo fluire a tirar fuori delle cose che altrimenti rimarrebbero chiuse, nascoste, oscure anche alla persona stessa. Quindi, è proprio un affinare i sensi.

Mentre parlo, sto scoprendo anch’io delle cose che ci sono e che esistono, senza che ne siamo perfettamente consapevoli. Quindi, è proprio questo il senso, secondo me, dell’esercizio della poesia; cioè il metterci in ascolto anche delle cose di noi stessi che non sappiamo e che ci meravigliamo a volte di scoprire, proprio scrivendo o anche leggendo la poesia. In questo senso penso che sia lo scrivere che il leggere abbiano la stessa importanza, lo stesso senso di portare poesia, di fare poesia. 

Grazie, Mariangela, illuminante su alcuni aspetti. Ad esempio, questo accostamento della poesia e della lettura, andando a riprendere Pennac, quando ci diceva che il modo migliore per non leggere è obbligare a leggere [vedi I dieci diritti del lettore di Daniel Pennac, fonte libreriamo.it/]. E poi l’approccio alla poesia come ricerca molto personale, che oltretutto è di tutti. Quindi c’è un fondamentale di quasi democraticità nell’approccio poetico, che è qualcosa che, proprio in quanto intimo, può appartenere a tutti. A volte anche in chi fa più fatica magari è più vivo questo disvelamento, quasi, di una parte di sé. Vi chiedo ora un ultimo rimbalzo di poesie. 

Rimbalzi di poesie

Roberta Lipparini

Io ho buio

Io ho buio, dal libro Ti ricordi di me?, Secop. Illustrazioni di Bianco Sollazzo

Leggo tre poesie per la scuola. Di una vi devo fare vedere l’illustrazione, perché in questo libro pieno di colori e di poesie anche allegre, la preferita di tutti i bambini che ho incontrato ha questa illustrazione, che non so se si vede.

Io ho buio
Non è paura
è qualcosa che ho dentro
calma onda scura

Non ho piedi
non ho mani
occhi chiusi
pensieri lontani

Non c’è dentro
non c’è fuori
io ho un buio
pieno di fiori

Dividilo con me
te ne regalo un poco
se siamo al buio in due
sarà come per gioco

Tienimi la mano
Intrecciamo le dita
insieme dal mio buio
sboccerà la nostra vita

(Roberta Lipparini, Bianca Sollazzo, Ti ricordi di me?, Secop edizioni)

Mariangela Ruggiu

Quando ho conosciuto Roberta la cosa che mi ha colpito di più è stato questo suo modo così leggero di scrivere in rima. Io non amo molto rima e a volte la trovo troppo artificiosa, qualcosa di forzato; Roberta, invece, ha questa leggerezza nello scrivere, che mi è piaciuta da subito, dai suoi primi libri.
Io non sono capace scrivere in rima; cioè, se scrivo in rima, non mi piace quello che scrivo. La rima la devo cercare; invece, io sono forse un po’ più veloce, più istintiva e allora vado un po’ con il verso libero.

Non sono poesie per bambini, perché sono poesie recenti; però, mi riallaccio al buio.

masticata l’inconsistenza del niente
lasciato il silenzio alle parole
finite tutte le promesse

il buio diventa rarefatto
si mostrano i contorni delle cose
divento corpo distinto e sento

c’è una forma luminosa
una sete di altri occhi
un rimescolio di parole

scivola come un velo il buio
si compongono i suoni
come note di uno spartito perso

anche noi confusi e incerti
fino all’incastro         fino a tornare l’essere
che siamo stati in altra forma in altro modo

sentire questa poesia che apre un cielo nuovo
che dissolve la solitudine          quando noi
sempre soli sempre lontani
incontriamo un io che sorride ancora

Roberta Lipparini

Raccolgo gli avanzi
dei gessetti colorati
li tengo tra le mani
come fiori addormentati

Ecco il rosa. Il bianco…
I vostri sguardi
luce sul banco
Il verde. L’arancione…

Giornate insieme
fili di emozione
Parole, mani alzate
domande, risate

Voglia di capire
di camminarci accanto
bambini miei preziosi
nidi d’incanto

La scuola è finita
e un pochino mi commuovo
mentre stringo tra le dita
un gessetto ancora nuovo

Mariangela Ruggiu

la farfalla si fece triste
a vedere nel vento le foglie dell’autunno

– s’avvicina il tempo – disse all’albero –
che volteggeranno le mie ali spente

parlami della morte
tu che vedi la mia in ogni stagione

dimmi cosa resta del mio cuore

se marcisce come le tue foglie
nella pioggia e nel gelo dell’inverno

se ha un senso conoscere l’eterno
e poi svanire nelle pozze

dimmi se ha un senso lasciarti qui da solo
perché l’amore è questo strappo
e resta il tuo ramo spoglio
ora che di te son fiore in volo –

l’albero si coprì di malinconia
come di rugiada nei mattini dell’estate

– ti parlo dell’amore
ché la morte è solo metamorfosi
che tu sai ma non ricordi

cambierà la forma, ma tu sarai

sarai acqua magica per la mia sete
sarai verde nuovo nelle mie foglie
e fiorirai dal cuore

certi la chiamano morte

io la chiamo amore

Roberta Lipparini

Dicono che sono strano
e mi parlano alle spalle
dicono che nella testa
mi volano le farfalle

A volte non rispondo
perché sto guardando un sasso
e il colore è così bello
che non voglio fare chiasso

A volte non sto attento
perché sto aspettando un suono
e quel suono è così vero
che può trasformarsi in tuono

A volte non sto fermo
perché sto girando il mondo
e quel mondo è così grande
che si mi fermo affondo

Dicono che sono diverso
e mi parlano alle spalle
ma io non sono solo
perché ho le mie farfalle

(Roberta Lipparini, C’è un posto accanto a me. Poesie per una scuola senza barriere, Mondadori)

Mariangela Ruggiu

c’è un fiato buono in quest’aria malata
una voce diversa che parla piano, con gentilezza

è mare calmo, l’onda che accarezza
e arrossa, sangue forte e ossigeno,
un’idea di passione, non temere il caos

lascia consumare la guerra, è per uomini
idioti, tu ama come se fosse un deserto
questa distesa di corpi accostati

ama, che sei splendore, luce che viene
e tutto accende

Grazie Mariangela, grazie Roberta per questo fiato buono che ci avete generosamente dato e di cui ci sentiamo quasi inondati. Leggo qualcosa dalla chat, prima di salutarvi.

  • Domenica: con il cuore colmo di dolcezza vi lascio, grazie
  • Luigi: che piacevole sorpresa questo modo di incontrarsi, dubbi, certezze, esperienze esposte con la discrezione di chi non si impone ma si propone. Dirò un’assurdità, ma meriterebbero un canale televisivo che raccogliesse questo modo di porsi e di mostrarsi. Grazie per il vostro impegno
  • La poesia, dice Vittoria, è un luogo senza giudizio. Grazie, Roberta! E come è difficile cercare di far capire questo alle ragazze e ai ragazzi delle superiori, anche solo al primo o al secondo anno. Sono già chiusi a riccio, c’è diffidenza, vergogna, paura di “darsi respiro” o “darsi ascolto”. Roberta ha detto che si dovrebbe “darsi respiro”, “darsi ascolto”: quanta ritrosia nei ragazzi, e quante belle sorprese (in primis per loro) quando riescono a sfondare il muro del silenzio!
  • Maria Felicia: ringrazio tutti voi, mi dispiace lasciarvi. È stato un incontro splendido vi ringrazio di cuore, buon proseguimento.
  • Claudia: è stato molto interessante, condivido quanto detto da entrambe su poesia e scuola; mi complimento per i vostri testi dallo sguardo bambino e dalla forza intensità. Buona serata
  • Annalisa: stupenda
  • Monica: che incanto il buio
  • Angela: grazie a tutti…mi son piaciuti i temi e adoro la poesia!!! In un tempo passato, quale quello dell’adolescenza, ho anche scritto poesie…peccato aver perso questa ispirazione!!! Dolce notte a tutti
  • Vittoria: la poesia dei gessetti colorati, anche io raccoglievo gli avanzi… quanti ricordi! Roberta Lipparini mi ha fatto piangere, stasera
  • Angelo: bella, questa sui gessetti
  • Vittoria: bellissima, Mariangela. Grazie
  • Manuela: grazie per questo spazio silenzioso; grazie alla poesia data da donne stupende
  • Alessandra: Una straordinaria occasione di conciliare il silenzio e la parola. Grazie
  • Stefania: bellissimo Incontro con la i maiuscola, grazie di cuore
  • un intenso dialogo poetico, dice Annalisa. Grazie Mariangela, grazie Roberta per questo viaggio verso l’altrove, verso noi stessi
  • Lucia: quanta bellezza, grazie
  • Trovarvi insieme che bello, grazie Mariangela e Roberta, dice Anna.



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