Ultima modifica: 16 Giugno 2022

4. Il fanciullo invisibile

Registrazione e primi materiali1. Chi è Luca Chieregato2. Gram… matematica!3. Mi presento… e altre storie su di me, ma non solo4. Il fanciullo invisibile5. Meditazione sulla gratitudine ed esperienza di gruppo6. Di notte e di sogni7. Al termine del percorso… grazie!

Presentazione della seconda storia

E su quest’onda vi racconto una seconda storia, su cui poi dedico qualche minuto per fare una piccola esperienza, se vi va, con me. È una storia che racconto in quarta elementare, di solito, anche quinta.

Quando racconto le storie comincio facendo un po’ il percorso del cantastorie a scuola, raccontando il mestiere del cantastorie. Poi racconto alcune storie divertenti, caciarone e poi vado più in profondità avvicinandomi un po’ più all’anima. E così, anche a voi racconto questa favola che amo tanto, che è una delle mie preferite, e che si chiama Il fanciullo invisibile.
Ancora una volta 12 secondi per prepararsi: fare il giro di campo, guarda in su, guarda in giù, bevi un bicchiere d’acqua, preparati ad ascoltare e poi così possiamo cominciare. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12…

La seconda storia: Il fanciullo invisibile

Di che storia hai bisogno? copertina

Luca Chieregato, Di che storia hai bisogno?, Mondadori, 2022

Si racconta che tanto tempo fa in una terra lontana vivesse una famiglia felice, o quasi. Aveva una casa grande, due macchine, un cane di nome Lulù e un giardino verdissimo. C’erano anche due genitori e un bambino, di cui però non si ricorda il nome. La famiglia era felice o quasi perché il papà era quasi contento del suo lavoro, la mamma arrivava a casa quasi sempre stanca, e il bambino di cui non si ricorda il nome era… non ci si ricorda bene neanche di com’era, ecco.

Come fu o come non fu, successe un giorno che il bambino della famiglia quasi felice divenne invisibile. I suoi genitori tornarono a casa che era quasi sera, e non lo trovarono più. A dire il vero ci misero un pochino ad accorgersene, perché prima di diventare invisibile lui era già quasi trasparente. Da qualche tempo, giorno dopo giorno, infatti, aveva iniziato a perdere le sue forme, il contorno dei capelli e delle spalle. Poi un pomeriggio di primavera, mentre stava correndo, erano scomparsi d’improvviso i suoi piedi… ma lui non aveva smesso di correre; poi le dita delle mani, i polsi, le scapole, il collo la schiena le gambe e le ginocchia

E, quel giorno, il dramma: invisibile, da capo a piedi.

Quando la mamma lo chiamò perché venisse a tavola lui comparve e si sedette ma loro non lo videro. Il papà si fece scuro in volto e lo chiamò a gran voce, chiedendogli di scendere. Ma lui rispose: «Sono qui, papà».

«Qui dove, che non ti vedo?»

E a quel punto i suoi genitori si accorsero che la seggiola era spostata dal tavolo, e che la forchetta e il coltello volavano nella stanza come se fossero impugnati da un fantasma.

Il papà strillo: «Ti sembra il caso di farci uno scherzo simile? Eh? Sbrigati a ricomparire!».

Ma il fanciullo invisibile disse che non sapeva come rimediare. Il papà si arrabbiò moltissimo, e gli disse di andare in camera sua senza la cena. Lui, forse per la prima volta nella vita, non obbedì.

Tanto non poteva vederlo nessuno.

Rimase seduto a tavola, immobile, senza spostare la sedia, senza muovere nemmeno un muscolo. Quanti di noi hanno sognato tutto questo?

Essere una mosca, un pensiero per aria, poter ascoltare e vedere senza essere visti. Ma, chissà perché, tutto ciò non gli portava gioia. I suoi genitori erano in silenzio, non mangiavano. Anzi, la mamma quasi piangeva e il papà continuava a essere arrabbiato.

A quel punto il fanciullo invisibile sentì qualcosa, una specie di musica, un rullo di tamburi che cresceva nello stomaco: senza farsi sentire corse al piano di sopra, in camera sua, e cominciò a strillare davanti allo specchio tutte le parole magiche che conosceva, tutte a squarciagola… ma non succedeva niente. Allora tirò un mucchio di pugni trasparenti allo specchio, che si infranse in decine di frammenti di vetro. Il bambino perdeva sangue dalla mano, ma anche il sangue era invisibile. Tuttavia, non successe ciò che voleva: tornare a essere visto. Ma un fatto quasi incredibile accadde a quel punto.

Il bambino, infuriato come non mai, scese le scale di corsa quasi precipitò, si piantò di fronte ai suoi genitori che ancora non ci capivano un tubo e disse: «Mamma, papà. Sono qui. So che non potete vedermi ma potete sentirmi, se volete: ho da dirvi una cosa. Io sono stufo di non essere visto per quello che sono. Voi volevate un bambino diverso da me? Volevate qualcuno di bravo bello buono moro alto o giù di lì? Be’, io non sono così. Ma sono un bambino anche io, e vorrei tanto che voi mi vedeste per quello che sono adesso. Non mi piace il violino, mi piace giocare a nascondino. Detesto la grammatica, amo la matematica. E se vogliamo parlare di sport all’aperto… giocare a calcio non mi piace di certo».

La cosa quasi incredibile fu che mentre il fanciullo invisibile parlava, a poco a poco i contorni del suo corpo riaffioravano lentamente, uno dopo l’altro, fino a che lui non fu tornato completamente visibile, anzi, quasi luminoso. E i suoi genitori diventarono la sua mamma e il suo papà, ma prima si sciolsero sul pavimento; si squagliarono come ghiaccioli, poi tornarono interi. E lo abbracciarono, finalmente, lo abbracciarono facendo bene attenzione ad accarezzarne tutti i contorni.

E da quel giorno il fanciullo non fu più invisibile, e nemmeno trasparente.

Fu quello che fu.

Si racconta però che quella casa, quella terra lontana e quella famiglia quasi felice siano soltanto una leggenda. La realtà è ben diversa da così, no? Nel nostro mondo non ci sono fanciulli invisibili, né bambini tanto coraggiosi da dire cose del genere a mamma e papà.

Solo leggende, dunque.

Storie inventate, buone solo per fare addormentare.

O per tenere sveglie le coscienze. Ma se un giorno anche voi incontrate per caso, per casa, un fanciullo che vi pare anche solo un po’ trasparente… seguitelo, ascoltatelo, e soprattutto guardatelo. Forse chiede soltanto di essere visto per quello che è.

(Luca Chieregato, Il fanciullo invisibile in Di che storia hai bisogno?, Mondadori, 2022) 

Commento alla storia

Ho deciso di raccontare di questa seconda storia come parte centrale del nostro incontro, perché parla di uno dei bisogni principali dell’essere umano, che è il bisogno di riconoscimento. Il bisogno di riconoscimento è quel bisogno che attiene al sentirsi visti e dunque amati. Non so se lo sapete, ma per chiunque che lavori nelle organizzazioni, nelle aziende, anche nelle scuole, uno dei dolori principali che proviamo al lavoro è proprio questo tema del non sentirsi visti. Sentirsi visti significa sentirsi riconosciuti per il proprio valore imprescindibile, per la propria scintilla, per l’apporto speciale con uno di noi da all’avventura. Qualunque avventura noi viviamo: l’avventura della famiglia, l’avventura della squadra di calcio, l’avventura della scuola, l’avventura dell’azienda.

Le regole della scuola sono forse un po’ diverse da quelle delle grandi organizzazioni. Io ho la fortuna di lavorare con grandi organizzazioni, grandi marchi, con le multinazionali e queste persone, a furia di sentirsi dire che siamo tutti quanti sostituibili, che quello che conta sono i processi, ci hanno creduto e, quindi, si sentono invisibili perché fondamentalmente non senti che la tua scintilla è vista, senti che non è vista la tua lotta: la lotta che tu porti avanti tutti i giorni, l’avventura che fai, il corredo di fatiche che metti insieme per fare il tuo lavoro.

Se io penso al vostro lavoro di docenti, che andate a casa, vi portate a casa i compiti da correggere, preparate le lezioni, vi inventate un modo creativo per raccontare Napoleone perché i ragazzi non si annoino: un grande lavoro. Chi lo vede? Io sono fortunato, se ci pensate faccio un mestiere che prevede l’applauso; però, il panettiere non è che tutti i giorni va lì e “complimenti al panettiere; incredibile questo francesino straordinariooo!!!”. Ci sono mestieri senza applauso, costantemente senza applauso, e, invece, come dire, noi scopriamo attraverso gli studi, che c’è un grande bisogno di sentirsi visti e riconosciuti.

Da questo punto di vista, se avete voglia di giocare con me, io vi propongo una piccola esperienza di qualche minuto, dedicata alla gratitudine, giusto per potersi riconoscere un po’, perché, guarda caso, tornando a prima, chi è il primo spettatore che non riconosce il tuo valore, la tua lotta, i tuoi tesori e le tue risorse?

Te stesso.




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