Ultima modifica: 16 Giugno 2022
Settimana della gentilezza a scuola > Sguardi gentili e umani a scuola > 2 maggio: Luca Chieregato > 3. Mi presento… e altre storie su di me, ma non solo

3. Mi presento… e altre storie su di me, ma non solo

Registrazione e primi materiali1. Chi è Luca Chieregato2. Gram… matematica!3. Mi presento… e altre storie su di me, ma non solo4. Il fanciullo invisibile5. Meditazione sulla gratitudine ed esperienza di gruppo6. Di notte e di sogni7. Al termine del percorso… grazie!

In questa sezione pubblichiamo la presentazione di Luca. Non è una presentazione convenzionale, ma piuttosto un lento e affascinante girovagare verso temi di grande importanza per noi persone di scuola, o, più, semplicemente persone. Per facilitare ascolto e lettura, abbiamo suddiviso questa sezione in tanti sottocapitoli. Ciascuno ha un titolo, l’audio originale, qualche estratto utile per ritrovare alcune delle parole che ci hanno più colpito, la trascrizione dei parlati. Abbiamo inoltre inserito un breve sommario interno navigabile per facilitare la fruizione delle pagina.

Sommario interno

Mi presento Q come scuola e la domanda “perché?”Come stanno gli adulti?A togliere gli aggettiviDa dove arriva la fantasia?Sul parlare in pubblico e il volersi beneSulla scrittura creativa e il movimento del pulire gli occhiUna settimana senza usare la parola erroreStorie che profumano di meraviglia

Mi presento

Estratti

È una storia che racconto in quinta elementare quando una classe vuol parlare di diversità, vuol parlare di integrazione

Le storie hanno questo valore, questa grande funzione: proteggono un po’ la verità

Luca dice…

Giusto per poter cominciare un po’ a conoscersi, preferisco presentarmi con una storia, piuttosto che cominciare a dire “buongiorno, mi chiamo Luca Chieregato, di qua, di là…”. Se ci pensiamo, ognuno di noi nella vita, quando ti chiedono “ma tu chi sei?”, quando è prima, quando è dopo, passa un minuto, passano due minuti, ne passan tre… a certo punto attacchi con una storia, con una storia che dice qualcosa di te: dove hai studiato, chi sono i tuoi genitori, che cosa ti piace fare nella vita, cosa ti piace mangiare…

Quindi, ci presentiamo in qualche modo con la storia. Per me questa è una serata in cui sono molto emozionato e mi fa piacere per Alberto, per Marzia, che conosco e che mi hanno invitato. So che in mezzo a voi ci sono tante persone che si occupano di pedagogia ed educazione, si occupano anche di storie: in questo senso la mia presenza qui. Non grido tutto il tempo, non faccio il matto tutto il tempo: tranquilli, non è un’ora e mezza così, che uno dice “O, dio mio, non ce la posso fare, le coronarie le ho deboli… non reggo un’ora e trenta con questo che strilla e grida tutto il tempo…”.

Per partire e rompere un po’ il ghiaccio vi ho raccontato una delle mie ballate, delle tante che ho scritto. Tra l’altro, se può servirvi, vi dico che è una storia che racconto in quinta elementare quando una classe vuol parlare di diversità, vuol parlare di integrazione. Potete immaginare, un tema come questo dove c’è il popolo delle lettere che incontra il popolo dei numeri, il pensiero che possono sposarsi tra loro, anche se sono così diversi, o forse non così diversi come noi crediamo, è un tema che sicuramente anche voi nel vostro mestiere di docenti, o comunque di persone che si occupano di questo, incontrate tante volte. È cercare una metafora per poter parlare di un tema; d’altronde, le storie le hanno inventate un po’ per questo. Non voglio fare il “sociologo delle patatine”, ma, se ci pensate un po’, questa abitudine antica di raccontare le storie della buonanotte arriva dal fatto che fondamentalmente le storie ci aiutano a incontrare un mistero. Le storie hanno questo valore, questa grande funzione: proteggono un po’ la verità; noi esseri umani, fragilini come siamo, abbiamo un po’ paura della verità e le favole ci aiutano, ci permettono di entrare nel buio, ci accompagnano un po’ nella notte, nel mistero attraverso questa sorta di guarnizione protettiva che le favole rappresentano.
Se ci pensate, “c’era una volta”, quindi non è successo a te, non è successo qui, è successo là in fondo.  Tra l’altro le favole sono scritte in terza persona, non sono scritte in prima, perché questa cosa non è un io, è un “lei”, è Cappuccetto rosso, è Biancaneve. Questa doppia distanza dei personaggi della favola è quella che ci consente di entrare in contatto con la verità un po’ di lato.

Io partirei così: raccontandovi velocemente di cosa mi occupo, così magari le persone possono anche essere stimolate. Ci sarà un doppio momento di interazione che mi piacerebbe attivare con voi: da una parte vi chiederò proprio delle domande, se le avete voglia di conversare con me a telecamera accesa o spenta, se vi vengono curiosità rispetto al mio lavoro, visto che adesso vi racconterò alcune cose del mio lavoro, perché magari dalle cose che vi racconto nascono pensieri, domande, curiosità, riflessioni che volete condividere con me. Mi fa molto piacere la possibilità di scambiarle con voi. A un certo punto vi chiederò anche di fare una piccola esperienza con me. Se avete voglia, sarebbe molto bello interagire con una piccola esperienza condotta, in cui vi guiderò per qualche minuto.

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Q come scuola e la domanda “perché?”

Estratti

(…) incontra un desiderio che ho da tanti anni: quello di continuare ad attivare la domanda “perché?”

Spesso il nostro mondo ci fa molto competenti sui cosa, sui come, sui dove, sui quando, ma siamo un po’ sprovvisti di perché, che è uno degli elementi più rivoluzionari

Luca dice…

Q come scuola

Q come scuola (fonte: www.lucachieregato.it)

Alberto ha già raccontato delle cose. Io dico soltanto qualche piccolo elemento del mio lavoro perché mi piace condividerlo con voi. Stamattina, ad esempio, ero una scuola media, qui a Milano, perché sono autore di spettacoli. Ho scritto spettacoli per ragazzi, per adulti e per i bambini. In questi giorni c’è in scena in una scuola media di Milano uno spettacolo che si chiama “Q come scuola”, che ho scritto tre anni fa e che è un monologo, dove c’è in scena una mia cara amica, che si chiama Rossella. È un monologo dedicato alle regole. Questa ragazza, Giovanna, la protagonista, è una disgraziata, intelligentissima, che detesta le regole scolastiche. Quindi, tutte le settimane finisce dal direttore, dal preside. Il preside la adotta un po’, perché sta nell’ufficio con lui e nel corso di questo spettacolo fa un viaggio emotivo. Viene eletta per puro caso rappresentante di classe ed è un momento in cui finalmente trova un po’ di importanza.
Quindi il desiderio di questo spettacolo è di parlare ai ragazzi e ai professori di che cosa sono le regole scolastiche, di cos’è la solitudine a scuola per un ragazzo di 11 anni. Ci tengo tantissimo a questo lavoro, perché incontra un desiderio che ho da tanti anni: quello di continuare ad attivare la domanda “perché?”. Se ci pensiamo, spesso il nostro mondo ci fa molto competenti sui cosa, sui come, sui dove, sui quando, ma siamo un po’ sprovvisti di perché, che è uno degli elementi più rivoluzionari, se ci pensate alla nostra storia: perché? Perché? Perché? Quindi, questa mattina i ragazzi tornano in classe e sono abbastanza disperati, perché questi hanno un sacco di perché in tasca a cui è difficile rispondere. Perché in classe siamo in venti e non siamo in trentanove? Perché non siamo in 5? Perché facciamo queste materie e non qualcun’altra? Da quand’è che si entra alle otto? Perché si viene a scuola? Chi l’ha deciso?

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Come stanno gli adulti?

Estratti

Dicono che stanno male, gli adulti, che sono tristi, che sono stressati e stanchi

A me sembra che tutti quanti siamo molto severi: severi con se stessi, severi con gli altri

Che cos’è per un ragazzo di 11 anni essere circondato dalla gentilezza, essere circondato dall’amore, essere circondato dalla tenerezza

Luca dice…

Provate a immaginare se i minori tornassero a casa davvero a rompere le palle sul serio ai loro adulti che li circondano tutto il tempo. Quando entro nelle scuole come cantastorie alle medie, i ragazzi mi guardano così [è arrivato questo… Con faccia disinteressata]… E io la prima domanda che faccio loro è “come stanno gli adulti?”.

Mi guardano come un marziano.

Come stanno gli adulti? Avete tre tipologie di adulti che vi circondano: genitori, insegnanti, allenatori… oratorio, il parroco… Come stanno?

Secondo voi, cosa rispondono i ragazzini delle medie? Aprite il microfono, giocate con me

Beene – Per me dicono boh – anche secondo me dicono boh

Dicono che stanno male, ragazzi. Dicono che stanno male, gli adulti, che sono tristi, che sono stressati e stanchi

Non tutti, eh? Però che lo sguardo che vedono, intorno, non è che sempre offra questa grande immagine di desiderio, di bellezza o di gentilezza, di curiosità.
Durante lo spettacolo, a un certo punto, Rossella, che nello spettacolo si chiama Giovanna, dice che entra a scuola di notte, salta il cancello, se ne frega e va in giro per i corridoi. Quando è dentro la sua classe, di notte, pensa che sarebbe bello fare lezione di notte, perché -dice- di notte, forse, i professori sono un po’ più gentili. Forse di notte tutti sono un po’ più gentili.

A me sembra che tutti quanti siamo molto severi: severi con se stessi, severi con gli altri. Qui apro un po’ il tema che tratteremo nel corso della serata, anche rispetto al seme della gentilezza. Che cos’è per un ragazzo di 11 anni essere circondato dalla gentilezza, essere circondato dall’amore, essere circondato dalla tenerezza. Come è difficile, lo sapete meglio di me lavorando a scuola, in un territorio come quello scolastico, in cui, comunque, ci vogliono le valutazioni, i voti; ci sono le condotte, ci sono i comportamenti. Come si può coniugare tutto il regime di regolamentazione dentro una sella, che sia costantemente di umanità, di bellezza, di gentilezza. Ve lo ricordate quando, sugli 11 o sui 9 anni, ti giri verso un compagno e gli dici “sai che mi piace Francesca” e il compagno (ad alta voce): “Francescaaa, gli piaciii!!” … col trauma profondo che provi.

Secondo voi, quando un novenne o un undicenne si trova a vivere questa scena che cosa pensa?

Disagio profondo – …si imbarazzano tantissimo e si arrabbiano

Qual è la frase invisibile che uno pensa?

Questi so’ pazzi – voglio andare via – che figura di merda – ti odio…

Allora, le cose che porto nel cuore non le racconto a nessuno, perché poi gli altri le prendono e le calpestano.

Parto dagli 11 anni, perché è l’età in cui cominciano veramente a fiorire i desideri, desideri bellissimi, anche molto ampi; però, intorno, gli adulti ti chiedono (con tono sicuro e distante) “Cosa vuoi fare da grande?”, “Le caselle libere sono queste qui: dirigente avvocato operaio benzinaio dentista medico; decidi”, “…ma veramente mi fanno schifo tutti…”. “Decidii, su, anche veloce: medico avvocato dentista ingegnere operaio benzinaio, questi sono i lavori. Scegli una scuola che vada bene”. Così, mentre tu magari a undici anni ti stai domandando che cos’è l’amore, che cos’è la morte, dov’è è Dio.
Questa mattina ho chiesto ai ragazzi di andare in classe portandosi via un perché. Tre ragazzini hanno detto: “perché gli altri ci giudicano, senza neanche sapere chi siamo?, “perché tutto il tempo veniamo circondati da persone che ci dicono chi siamo: tu sei così, tu sei così…?”.

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A togliere gli aggettivi

Estratti

Se voi andate in giro stasera o domani mattina e cercate in giro un aggettivo in natura, sapete che non lo trovate

(l’aggettivo) è un quadratino stretto dove tu dici a qualcuno “tu sei…”

Noi, come attori e come autori, diciamo che l’aggettivo è la pigrizia dell’autore

Luca dice…

Io vi regalo un piccolo attrezzo della mia esperienza: se da domani mattina, per un mese, togliete gli aggettivi, è una bella vita. Provate a immaginare che cos’è la vita senza aggettivi qualificativi. È che tu non puoi usare gli aggettivi, non poi sintetizzare la vita dicendo timida solare intelligente generoso simpatico scostante pigra, perché gli aggettivi sono una categoria della grammatica, non della realtà. Se voi andate in giro stasera o domani mattina e cercate in giro un aggettivo in natura, sapete che non lo trovate. Se lo trovate, per favore, telefonatemi. “Ho trovato un timidooo!”. “Daai, davvero: hai trovato un timido? Interessante”. “Ho trovato un solaare!”.

Noi, come attori e come autori, diciamo che l’aggettivo è la pigrizia dell’autore. “Come è il tramonto?”. “Colorato, pam. Fine”.

Perché è un’etichetta?

Sì, perché è un’etichetta ed è anche una forma sintetica di ridurre il mondo, Alberto, se ci pensi. È un quadratino stretto dove tu dici a qualcuno “tu sei…”. Tra l’altro, se la mamma dice di una bambina che è timida, la bambina chiaramente fa la timida: “figurati se do contro la mamma, ma stai scherzando?”. “La mamma dice che sono timida e io devo rispettare il personaggio”. “E se domani, non mi comporto da timida, qualcuno dirà ‘eh, ma non è da te!… Cos’è ‘sta cosa che sei cambiata; tu, di solito, c’hai il broncio… Cos’è ‘sto sorriso che fai oggi?’“. È tutto un territorio che si mescola tra identità e reputazione.

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Da dove arriva la fantasia?

Estratti

Quanto è importante dare spazio alla dimensione emotiva, fragile, dare cittadinanza emotiva al mondo interiore dei ragazzi, che spesso non trova spazio

Da dove arriva la fantasia? “(arriva) dal fatto che la vita non è come vuoi tu e così te la inventi”

Luca dice…

Butto lì un tema, perché è un tema che mi sta molto a cuore, rispetto alla scuola. Lo spettacolo parla di solitudine. Una ragazzina questa mattina alla fine dello spettacolo si è messa a piangere e alla fine è andata da Rossella e le ha chiesto “posso abbracciarti?”. Questo io l’ho scoperto in questi anni nel mio lavoro di autore, di cantastorie lavorando nelle scuole. Quanto è importante dare spazio alla dimensione emotiva, fragile, dare cittadinanza emotiva al mondo interiore dei ragazzi, che spesso non trova spazio. Io sono entrato a scuola 25 anni fa facendo l’animatore teatrale. Facevo “wah wah wuauh wah wah wuauh”, “dai, andiamo, ciao a tutti, ciao bambiniii, ciao, ueh, ieh, ieh…”.  Quando tu entri in classe così, che fai “ieh, ieh…” ti rispondono i bambini “ieh, ieh…”; avete in mente: quelli che alzano la mano subito, quelli che non aspettano mai. Hai una discussione bellissima, ritmata ed energica con sei bambini. Gli altri dodici… non pervenuti.

Poi, piano piano negli anni ho cominciato a fare un po’meno ieh, ieh e fare quello che fa una domanda sola e aspetta qualche secondo in più. Faccio una domanda difficile e aspetto la risposta. Dopo tredici secondi la maestra di solito frigge: “Allora, bambini? Rispondete al cantastorie!”. “Ma, stanno pensando; non è che non hanno voglia di rispondere. Stanno pensando, ho fatto una domanda difficile”. Nn so voli come ve la cavate con le domande difficili, io ho bisogno di tempo. Se mi fai una domanda difficile, ci devo pensare un po’.

Torno ancora un po’ indietro, in quarta elementare, tre anni fa. Una bambina di quarta elementare mi chiede: “da dove arriva la fantasia?”. E io, subito, “dal dolore”, ma non lo dico. Siamo in quarta elementare e non lo dico. E, quindi, ribalto la domanda: “ditemelo voi”. Silenzio. 7 8 11 15 secondi e poi dall’ultima fila si alza la mano di una ragazzina che dice -vi prego, segnatevela, se potete, perché l’ha detta in un solo respiro- “(arriva) dal fatto che la vita non è come vuoi tu e così te la inventi”.
Io ve lo racconto perché solo qualche anno prima quella fase non l’avrei ascoltata, perché ero tutto impegnato ad accendere i bambini ieh, ieh.

Quindi, la domanda per me, per voi docenti educatori, è: quali sono le metodologie, le modalità con cui noi possiamo trovare spazio ai silenzi, alle attese, alla lentezza affinché il bambino dell’ultima fila dica la cosa che cambia il mondo, dica quella frase che permette agli altri di voltarsi e di chiedergli: “ma che studi hai fatto? Ma dove sei stato tutto questo tempo che non parli mai?”. “Eh, sì, non parlo mai, perché mi è difficile parlare davanti a tutti. Se poi mi esce una mezza cazzata e qualcuno me la rimprovera per tre anni…”.

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Sul parlare in pubblico e il volersi bene

Estratti

Se io chiedo alle persone che tipo di rapporto hanno con queste tre esperienze: la recita di Natale, il cactus fatto alla materna e l’interrogazione fatta scuola, sappiate che otto su dieci la rubricano come traumatica, neanche spiacevole, usano la parola “traumatica”

“Ingentilire lo spettatore interno”, ingentilire lo spettatore che sei

Se tu guardi gli altri facendo la conta degli errori, poi è difficile andare alla lavagna e sentirsi accolti, amati da sguardi amorevoli, teneri, se tu, come dire, non ingentilisci i tuoi occhi per primo

Tutte le volte per me il tema non è tanto quanto rivolgo la gentilezza verso gli altri, ma il primo passaggio è: ma tu, verso di te, quante sberle ti tiri al giorno?

Luca dice…

E qui collego un altro pezzo del mio lavoro, di cui parlava Alberto. Io insegno alle persone a parlare in pubblico: manager, dirigenti, persone che si trovano a parlare in pubblico. La maggior parte di loro hanno da gestire problemi di carattere emotivo; al di là delle cose tecniche -come si scrive un discorso, dove si tengono le mani, l’energia… Poi, a un certo punto, quando vai in profondità, arrivano i guai: “io mi vergogno”, “mi imbarazzo”, “mi sudano le mani”, “mi trema la voce”. Allora, io domando: “quali sono le prime esperienze della vita che avete avuto sul parlare in pubblico?” Vale anche per voi questa domanda.

In casa

Tipo, è il 24 dicembre, no, Bice?, sali sulla sedia e leggi la poesia di Natale la notte di natale. È quello è uno scenario: casa. Gli altri scenari quali sono?

A scuola

Due scenari: o l’interrogazione alla lavagna -parlami di Carlo Magno, raccontami di Garibaldi- oppure la recita all’asilo quando fai il cactus, l’albero, la nuvola, ricordate? Queste astrazioni bizzarre, che poi, tra l’altro ti chiedono: “mi raccomando, fai la faccia da nuvola…” …a quattro anni poi non è che venga facilmente la faccia da nuvola…”. Se io chiedo alle persone che tipo di rapporto hanno con queste tre esperienze: la recita di Natale, il cactus fatto alla materna e l’interrogazione fatta scuola, sappiate che otto su dieci la rubricano come traumatica, neanche spiacevole, usano la parola “traumatica”. Perché, quando vai alla lavagna, l’ultimo dei tuoi problemi, quando hai dieci anni, è sapere Carlo Magno. Ve la sarete sentita dire la frase “prof, ma guardi che io al banco la sapevo”. Avete in me te questa frase “al banco la sapevo”? Dicono la verità. Alcuni. Alcuni, no. Perché, quando sei al banco, sei tranquillo; quando vai davanti a tutti quanti alla cattedra, l’ultimo dei tuoi problemi è sapere le divisioni.  

Uno dei lavori che facciamo più in profondità sul parlare in pubblico si chiama, mi collego al tema della serata, “ingentilire lo spettatore interno”, ingentilire lo spettatore che sei; perché, se tu guardi gli altri con crudeltà, quando poi tocca a te… Se tu guardi gli altri facendo la conta degli errori, poi è difficile andare alla lavagna e sentirsi accolti, amati da sguardi amorevoli, teneri, se tu, come dire, non ingentilisci i tuoi occhi per primo…

Nascono riflessioni, domande prima di andare avanti? Siamo partiti belli forti.

Mi sembra che tu dica che il primo cammino che noi facciamo è un po’ con noi stessi nel cercare di predisporci anche noi allo sguardo. Partire in ascolto di noi stessi, forse anche?

Sì, da dove arriva la nostra crudeltà, è una bellissima domanda, Alberto? Da dove deriva questo stare al mondo scalciando, dovendo trovare il proprio posto affermandosi. Poi, magari lo facciamo da grandi, da adulti: torniamo indietro, ricontattiamo il nostro paesaggio interiore. Però, in realtà ogni momento è buono per poter cominciare a starci un po’ simpatici, senza voler banalizzare nessun tipo di percorso rispetto alla propria indagine. Però, quando io sento parlare di gentilezza -è un tema che mi affascina veramente tanto- e tutte le volte per me il tema non è tanto quanto rivolgo la gentilezza verso gli altri, ma il primo passaggio è: ma tu, verso di te, quante sberle ti tiri al giorno?

Infatti, è proprio un elemento comune, secondo me, del nostro essere persone di scuola: quello di essere proprio molto severi anche con se stessi. Allora c’è un irrisolto ed ecco che viene fuori lo sguardo spento, lo sguardo magari incapace di creare relazione, perché a volte è uno sguardo sofferente. Allora il bambino lo coglie: ci vede tristi, ci vede come se fossimo noi stessi in difficoltà con noi e, allora, sentiamo il bisogno di ritornare alla scuola trasmissiva, alla scuola che quasi dimentica l’aspetto emotivo.

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Sulla scrittura creativa e il movimento del pulire gli occhi

Estratti

Per poter trovare le storie devi cambiare occhi, devi ripulirli un po’

Trovare l’incanto, la meraviglia, la gentilezza passa un po’ da lì: dalla possibilità che i miei occhi vedano, tornino a vedere, perché hanno sempre saputo vedere

C’è questa specie di sintonia tra il tre-enne e l’animale, perché parlano la stessa lingua

Luca dice…

Da questo punto di vista, infatti, una parte del mio lavoro è insegnare scrittura creativa: insegnare alle persone a scrivere discorsi, a scrivere storie. La prendo un po’ alla larga quando lo faccio -qui, tra l’altro, ci sono alcune mie allieve che hanno seguito di recente alcuni percorsi e mi fa piacere averle qui con me-. Tutta la prima parte del mio percorso di scrittura creativa è dedicata proprio allo sguardo, perché per poter trovare le storie devi cambiare occhi, devi ripulirli un po’. Finché noi guardiamo la vita dicendo “il tombino”,  “rubinetto”, “la città”, “il pomeriggio”, “lunedì, “la scuola,”, “i compagni”, “mio marito”… Il nostro lavoro di autori è invece (…) il marito, il lunedì, il tombino perché le storie abitano lì. Le storie sono sotto i nostri occhi tutto il giorno; questo bisogna avercelo chiaro. È che non le vediamo, perché per vederle bisogna far fatica. Per vedere le storie che sono nascoste dentro di noi, dentro gli altri, dentro lo spazio invisibile che c’è tra me e l’altro, bisogna mettersi con gli occhi e guardare. Se no, è tutto un po’ sempre scontato. Le cose non le fisso -prima giocavo con l’aggettivo, adesso gioco col nome- diamo un nome e poi basta, quello è. Lo chiamo lunedì ed è lunedì. Sono nervoso perché è lunedì, perché ieri era domenica. Poi magari non lo guardo più nemmeno il lunedì: magari c’è il sole ed è una bella giornata. Però, per il fatto che è lunedì, che si chiama così…

Il nostro lavoro di autori è proprio pulire gli occhi. Trovare l’incanto, la meraviglia, la gentilezza passa un po’ da lì: dalla possibilità che i miei occhi vedano, tornino a vedere, perché hanno sempre saputo vedere. Faccio un esempio proprio bizzarro; mi rivolgo anche a chi frequenta i quattrenni.  Il tre-enne è, sapete, docente universitario su questa cosa, Al tre-enne dei nomi non interessa nulla: guarda al mondo in tutto il suo incanto, tira la giacchetta del papà quando lo porta in giro a guardare la città e gli dice “guardaaa la meraviglia dell’alberoo…”, e il papà gli risponde “è un platano”. E il tre-enne, si innervosisce, perché dice ho capito… io ti sto dicendo guarda la meraviglia, il mistero, l’incanto dell’albero e questo risponde che è un platano. Allora, il tre-enne riprova nel pomeriggio quando va a passeggio con la mamma e le dice “guardaaa”, perché vede una specie di quadrupede che fa [verso del cane]. “guardaaa”, e la mamma risponde che è un cocker. Cosa pensa il tre-enne? Che è circondato da incompetenti, nel senso che questo mi dice che è un platano, questa che è un cocker… Da chi va il tre-enne, secondo voi?

Da un altro tre-enne.

O va dal coetaneo, dal gruppo dei pari, a dire “amico, ti prego, ti scongiuro”, oppure c’è un altro, un sostituto che conoscete, qualcuno li frequenta…

Oppure va da Luca… [risate]

Ce n’è in giro un po’ nelle case, ultimamente, che io ne sappia. Va dal gatto. Il gatto, il cane. Va dall’animale e l’animale gli risponde “ti capisco perfettamente, certo”. C’è questa specie di sintonia tra il tre-enne e l’animale, perché parlano la stessa lingua. Cioè, non gliene frega niente dei nomi.

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Una settimana senza usare la parola errore

Estratti

Tutta la settimana scorsa immagina che la racconti dicendo che non hai fatto mai neanche un errore

Le storie hanno questo potere che è, dal mio punto di vista, terapeutico quasi, magico: di poterci cucire in alcuni momenti, scucire in altri

Luca dice…

Giochiamo con i nomi; per esempio, immaginatevi che nella prossima settimana, per una settimana intera, non potete chiamare niente errore. Anzi, rivolgiamo lo sguardo indietro: tutta la settimana scorsa immagina che la racconti dicendo che non hai fatto mai neanche un errore. Qualunque cosa tu abbia chiamato errore, non puoi più chiamarlo così.

Ti scombussola la vita

Vi va di provare? Perché magari lo chiami errore, ma qualcuno lo chiama in un altro modo. Per esempio, è tipico delle narrazioni che si fanno: la Luisella stava parcheggiando con la retro e ha cioccato la macchina dietro. Ha pensato “sono proprio una cretina, vedi che ho fatto questo errore che ho cioccato una macchina dietro?”. Conoscete la Luisella? Una qualunque, la Luisella. Però dalla macchina dietro è sceso un fustacchione che le ha detto “signorina, si è fatto male?”. La Luisella: “no, no, si figuri. Scusi, anzi…”. “Ma no, non si preoccupi, paga l’assicurazione”. La Luisella va a bere il caffè con questo tizio e tre anni dopo si sposano. Ma alle 16 e 48, quando ha fatto la retro, la Luisella ha pensato di avere fatto una minchiata. Ma quando alle 16 51 il fustacchione è sceso e hanno fatto due chiacchiere, poi hanno bevuto il caffè, si sono sposati…poi lei dice che quella roba lì è stata…, come dire, la più grande occasione della mia vita. Ha cambiato il nome alla cosa.
Noi autori abbiamo questa capacità di cambiare nomi alle cose. Era una minchiata per tre minuti, poi è diventata una benedizione. Si è trasformata dopo di nome. ma una cosa e l’altra vede qualche altra domanda pensiero farla data voce commenta luciano vi racconti una seconda storia

Ci vergogniamo a raccontare i nostri errori. Adesso sto pensando degli errori che in qualche modo sono diventati per me delle opportunità, però mi vengono in mente solo gli errori…
(…) La parola errore è una parola che segna; quindi, magari poi tante volte ci rendiamo conto che quella cosa che in quel momento magari ci ha messo in difficoltà poi in realtà ha raccontato ancora di più chi eravamo. Anzi, ci siamo ci siamo svelati ancora di più per quello che eravamo. Però, ripensandoci, comunque cambiamo tono.

Andiamo dentro un po’, andiamo la nostra profondità. Io ho avuto la fortuna di incontrare Alberto durante una storia telefonica nel corso della pandemia. Ho raccontato più di quattrocento storie al telefono, partendo un po’ dalla domanda che anima il mio libro, che si chiama proprio Di che storia hai bisogno? E che proprio intercetta il mio lavoro di cantastorie per la strada.

Di che storia hai bisogno?

Cartello “di che storia hai bisogno?” – fonte-www.lucachieregato.it

Quando ho lavorato per strada in questi anni, ho sempre portato con me questo cartello che dice “di che storia hai bisogno?”, perché le storie hanno questo potere che è, dal mio punto di vista, terapeutico quasi, magico: di poterci cucire in alcuni momenti, scucire in altri. Ogni tanto ci aggiustano, ogni tanto ci rompono. Poi è arrivato il desiderio di mettere queste storie in una raccolta, che poi trovate, appunto, con Mondadori. Da un mesetto è uscito questo libro, che racchiude non tanto cinquantacinque mie storie, ma racchiude proprio un’avventura -e grazie Tina, che fa la campagna promozionale del libro. Racchiude dieci anni di vita, gli ultimi dieci anni esatti, come cantastorie, nell’andare a intercettare i bisogni delle persone e anche voi lo avete fatto con me stasera.

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Storie che profumano di meraviglia

Estratti

Una storia che profumi di meraviglia; una storia di futuro; una storia per sentirmi possibile; una storia gialla; una storia che mi dia serenità

Le storie hanno questo potere connettivo incredibile: io ti racconto un pezzo di una storia e la storia parla di te

Luca dice…

Di che storia hai bisogno (link al pdf con le nostre richieste)

Di chi storia hai bisogno? Le nostre richieste

Alberto, tu dicevi che sono arrivate le vostre richieste: una storia che profumi di meraviglia; una storia di futuro; una storia per sentirmi possibile; una storia gialla; una storia che mi dia serenità, calma sono le richieste che mi avete fatto. Devo dirvi sono molto in linea con quelle che ho ricevuto in questi anni sia per strada che in tutte le occasioni in cui mi è capitato, anche al telefono, di raccontare le storie.
L’esperienza telefonica, per esempio, è miracolosa: chiamare uno sconosciuto dall’altro capo del telefono e sentire che una persona che non conosci a quella storia si commuove, dopo che si è commossa perché hai, come dire, intercettato la storia giusta, e ti racconta un pezzo di sé per me è una meraviglia incredibile. Si collega molto, Alberto, al desiderio di umanità di cui parlavi tu. Le storie hanno questo potere connettivo incredibile: io ti racconto un pezzo di una storia e la storia parla di te. E con il fatto che parla di te, tu poi ti apri e hai voglia di raccontarmi un pezzo di te.  Mi ricordo di una signora di Bologna che mi racconta: sa, sono sempre a casa da sola la sera e mi racconta un pezzettino della sua vita. È la bellezza un po’ del mio lavoro: ho la fortuna, raccontando storie, di ascoltare molte storie. Ascoltarne tante e, quindi, per certi versi, percepire quali sono i bisogni profondi che abbiamo, che ognuno di noi ha.

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